UN PAESE CHE SI SCOPRE GRILLINO NON HA FUTURO

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Per il Pd le cose vanno così male che Il Foglio di Claudio Cerasa è arrivato al punto di proporre una moratoria ai sondaggi. L’argomento principe, per i sostenitori del “riformismo” di Matteo Renzi, è che l’abuso delle rilevazioni spingerebbe la politica a evitare “la visione strategica” costringendola a ripiegare sull’assillo quotidiano di verificare le oscillazioni estemporanee dei consensi e a rifugiarsi di nuovo nell’immobilismo.

La provocazione però avrebbe forse un senso se non fosse che a colpire, al di là dei sommovimenti molecolari dell’opinione pubblica, è piuttosto il trend negativo in atto da tempo. Dal rivendicare il risultato roboante del voto europeo del maggio di un anno fa, che scavava obbiettivamente un abisso rispetto agli altri partiti – e che ha ispirato il modello dell’Italicum – Renzi è passato a doversi guardare le spalle dalla nuova rincorsa grillina, a patire gli effetti psicologici dell’irresistibile ascesa dl M5s. Dal 40% del maggio 2014, il Pd è passato a lambire la soglia del 30%, secondo alcuni, o addirittura a scendere al disotto, per altri. Soltanto nel maggio scorso, era al 33%. Molto distante, in ogni caso, dalla percentuale che consentirebbe di fare l’en plein di seggi al primo turno. Con l’aggravante che, chi ha provato a immaginare il possibile esito del ballottaggio, ha scoperto che, sulla base delle stime attuali, la vittoria potrebbe andare proprio agli uomini di Grillo. Che, con il 26% stimato nei sondaggi, tengono ormai il fiato sul collo dei Democratici.

A che cosa si debba l’incremento della popolarità dei grillini è cosa difficile da spiegare. L’argomento, piuttosto trito e decisamente “populista” esso stesso, secondo cui “gli italiani sono stufi da troppo tempo” è troppo debole, troppo generico, per essere considerato soddisfacente. In ogni caso, se questa fosse la ragione autentica del loro successo, rimarrebbe da spiegare l’andamento della curva dei loro consensi, dall’exploit delle politiche del 2013, al flop delle europee, alla ripresa attuale. Vero, il protagonismo sguaiato di Grillo e di Casaleggio ha lasciato spazio all’accreditamento di nuove personalità – accuratamente filtrato dal criterio della fedeltà verso i capi – e la pattuglia dei parlamentari ha rinunciato a praticare l’Aventino aggressivo di inizio legislatura.

Oggi Roberto Fico si spinge in una sorta di autocritica: «Miglioreremo i meccanismi di selezione… cambieremo quel che alle scorse elezioni non ha funzionato e premieremo la coerenza… proveremo a capire come migliorare mettendo magari nuovi paletti, cercando competenze». Intanto assicura, nello stile dei vecchi partiti, che il Movimento sta studiando il mitico “programma”. Un po’ poco, in realtà, perché sia possibile pensare che i grillini siano davvero titolari di un’idea, di un progetto qualsiasi in grado di far ripartire l’Italia. Anzi, a ben vedere, di fronte a un partito così ripiegato su sé stesso, così assorbito dai “suoi” problemi, verrebbe naturale replicare: “Scusi, onorevole Fico, chi se ne frega?”. Allora vale forse la pena di ricorrere ad argomenti più seri. Intanto, evitando di fermarsi, nella lettura dei dati, alla sfida Pd-M5s. Se i sondaggi provocano un certo disagio nel partito di Renzi, cosa mai dovrebbero provare i responsabili dei partiti moderati? FI è attestata attorno al 10%. Il Ncd non si schioda da un avvilente 2,5% o giù di lì. Forse una delle ragioni del “voto a dispetto” del loro tradizionale elettorato sta qui, nel vuoto creato dall’eclisse della rappresentanza politica di un’intera area, oltre che dall’acclarata difficoltà della Lega di Salvini di rappresentare un’alternativa reale, non solo per i valori di riferimento ma anche per la più prosaica difficoltà di mettere insieme i consensi necessari per aspirare al ballottaggio. Il 16% è certo un risultato notevole, ma nei motivi del suo successo ci sono anche quelli dei suoi limiti.

Nella composizione sociale del voto al M5s ci sono alcune delle altre spiegazioni possibili della sua popolarità. Tra i lavoratori autonomi e gli imprenditori il voto per il Movimento 5 Stelle raggiunge addirittura il 38,4%. Nel mondo studentesco (maggiorenne), arriva al 38,2%. Ma il consenso è forte anche tra impiegati e insegnanti (36,6%) e tra gli operai (34%). Un voto trasversale, si dice. Un riferimento post-ideologico, certo. Ma forse, più semplicemente, la prova che il renziano “partito della nazione” non è mai decollato e che la capacità di unificazione dei partiti – a destra, a sinistra e al centro, si è anzi ridotta. Infine, occorrerebbe che qualcuno decida di smettere di inseguire i grillini sul loro terreno giocando in difesa. Con l’assillo di contrastare la demonizzazione della politica attraverso forme di “populismo debole” che, anche quando mette l’accento sui temi istituzionali, dà l’impressione che il problema dei problemi sia quello di emendare la politica dai suoi mali (o presunti tali) e non piuttosto quello di emendare l’Italia dalle sue tare.

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Emilio Russo per L’Intraprendente

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