LA TERRA SFUGGE SOTTO AI PIEDI DEI GRILLINI

++ M5s: Grillo, nessuna corrente ostile, solo spifferi ++“Renzi è un baro”; “l’elettore-tipo del Pd o è un broker o è della banda della Magliana”; “la lettera di Debora Serracchiani è un depistaggio”: da due giorni il M5s e Beppe Grillo (sul suo blog) si comportano come se nulla fosse accaduto in questi quasi due anni di realtà surreale a cinque stelle. Quasi due anni in cui i sedicenti spaccatutto dei meet-up e il loro Barbablù-ex comico, in compagnia del guru Casaleggio in partenza per il pianeta Gaia e dell’armata un po’ giuggiolona dell’anti casta sul web, sono via via passati dal “tutti a casa” al non sapere come fare a uscire dall’irrilevanza, nonostante il 25 per cento conquistato alle politiche. Non solo infatti il cosiddetto “Renzie”, bersaglio del Grillo in blues al Circo Massimo (malinconica kermesse grillina di quattro mesi fa), non è stato battuto alle europee. Non solo Grillo s’è dovuto prendere il metaforico “maalox”. Piano piano Grillo ha dovuto vedere un “Renzie” che scippava ai Cinque stelle il materiale sensibile, dalle campagne sui giovani “puliti” al comando alle ruberie da combattere (vedi la nomina di Raffaele Cantone all’Anti corruzione, con gran contorno di dichiarazioni renziane contro i ladri di soldi statali e con parallelo voto parlamentare a favore dell’arresto del deputato pd Francantonio Genovese). E a quel punto Grillo tuonava contro Cantone che sull’Expo “non sapeva nulla”, nonostante i suoi parlamentari avessero votato a favore della nomina e nonostante avessero appena incontrato Cantone in Parlamento.

Ma ieri, nel giorno del mezzo-dramma sull’Italicum, con ventinove senatori della minoranza pd fuori dall’Aula, con gli ex Cinque stelle (espulsi o fuoriusciti) pronti ad accodarsi e con l’elezione del presidente della Repubblica minacciosamente vicina, i Cinque stelle dicevano che mai e poi mai avrebbero acconsentito alla proposta della vicesegretaria pd Debora Serracchiani (“allora lo votate il premio alla lista che voi stessi ci avevate proposto in streaming?”, era la domanda, secondo alcuni renzianamente maliziosa). E ai Cinque stelle toccava dire “no” per restare puri agli occhi dei più puri (e agli occhi della Casaleggio Associati, che ieri chiamava in “riunione” i capigruppo del M5s Andrea Cecconi e Andrea Cioffi. All’uscita dalla riunione, però, i due assicuravano agli attoniti astanti di non aver parlato né di legge elettorale né di elezione del presidente della Repubblica). “No, no e no al Pd”, dicevano dunque i Cinque stelle, anche se, a forza di dire no a tutto, appare ormai vano lo sforzo, profuso in estate, di apparire ragionevoli come dei “Ragazzi della Terza C” domati dal preside, e dunque come Danilo Toninelli e Luigi Di Maio nello streaming M5s-Renzi del 25 giugno 2014, con il primo nel ruolo di colui che recita bene la lezione e con il secondo nel ruolo di colui che un po’ cede ma non molla.

E però non è da oggi che la terra sfugge sotto ai piedi dei Cinque stelle, ex protagonisti sdegnosi delle trattative post elettorali con l’ex segretario pd Pier Luigi Bersani (che, a differenza di Renzi, li aveva inseguiti per ottenere un sì – ora invece li si costringe a dire il “no” che rende più difficile la discesa dalla turris eburnea in cui Grillo li ha rinchiusi a suo tempo, buttando via la chiave).

Lo streaming in sé, poi, è stato suggello di disastro e specchio di tragicomico impaccio (non solo e non tanto agli albori, con Roberta Lombardi e Vito Crimi e il processo farsesco al senatore Marino Mastrangeli, reo di partecipazione a un talk-show e protagonista di un’autodifesa dal piglio fieramente ciociaro). Il momento di non-ritorno dello streaming è stato dopo la vittoria di Renzi alle primarie pd del 2013, e dopo la sua ascesa a Palazzo Chigi (primo grave momento d’imbarazzo grillino: Renzi che nel dicembre 2013 dice “caro Grillo sulla riforma elettorale e le altre riforme firma qui”. Secondo momento: Renzi che, intervistato dal Fatto, a inizio 2014, insiste sul tema del “che peccato se i Cinque stelle si limitano solo a protestare”). Grillo non firmava nulla, ma da allora l’atto mancato incombe: ogni volta che un Cinque stelle accusa un renziano di intendenza col “nemico” (Silvio Berlusconi), il renziano dice “ma noi avevamo proposto a Grillo di collaborare”. Con il Renzi premier, nel febbraio 2014, la rete, già percorsa da insofferenza per i “no” del comico (intento forse a vagheggiare, tra sé e sé, quel ritiro a vita privata che ieri minacciava in un’intervista al quotidiano spagnolo Abc), si era espressa contro il volere del comico stesso: Beppe devi andare all’incontro con Renzi in streaming, aveva detto il web. E Grillo ci era andato facendosi sei ore di macchina, all’incontro, ma dopo dieci minuti di nulla se n’era andato (un Renzi non agguerrito gli aveva detto “esci da questo blog”, e però poi di Grillo aveva fatto tranquillamente a meno).

Ma è all’appropinquarsi della scadenza-Quirinale che a Casa Grillo sorge un altro problema da accerchiamento renziano: come fare a contare qualcosa senza dare l’impressione di cedere? Ecco dunque il rinvio delle Quirinarie online, con gran dispiacere del professor Paolo Becchi, il quale ieri, sul Corriere della Sera, ha scritto una lettera per ricordare i fasti della candidatura Rodotà (tà-tà): fatele subito, le Quirinarie, ha detto ai Cinque stelle, decisi invece (per ora) a non legarsi preventivamente a una lista uscita dal web, visto anche il recente “incidente” sul nome di Romano Prodi (qualche giorno fa qualcuno ha fatto notare che sarebbe stata dura, per il M5s, votare Prodi, pur emerso dalle precedenti Quirinarie: il Professore, infatti, è “macchiato” da una posizione pro euro che cozza contro il no all’euro urlato da Grillo). E non importa che, al momento, Prodi non sia più in cima alla lista dei presidenziabili: in dicembre il Prodi “riserva” dei sogni grillini era stato a colloquio con Renzi a Palazzo Chigi, e in estate aveva scambiato pubbliche missive con Renzi sul Messaggero (tema: l’industria italiana), motivo per cui anche Prodi, già da tempo, era diventato terreno troppo renziano per poter essere percorso. Per non dire del grido anti arraffoni, un tempo cavallo di battaglia grillino: prima di Natale Renzi ha lanciato la “lotta dura” ai tangentari. E allora a Grillo non resta che buttarsi sulla “Notte dell’onestà”, in scena a Roma sabato 24, con gli attori dei vari “romanzi criminali” che, come in un film di Woody Allen, escono dallo schermo e, invece di interpretare i belli e dannati, si mettono a leggere, bravi scolaretti, le intercettazioni dell’inchiesta “Mafia Capitale”.

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di Marianna Rizzini per Il Foglio

 




GRILLO, IL MIGLIOR ALLEATO DI RENZI


Il miglior alleato di Matteo Renzi non è Angelino Alfano con il suo Nuovo centrodestra. E nemmeno Silvio Berlusconi, che pure con il presidente del Consiglio ha un accordo di ferro per fare le riforme ed eleggere il capo dello Stato. Né si può dire che lo sia Massimo D’Alema, il quale a dire la verità ogni volta che parla e manifesta altezzosamente il suo disprezzo nei confronti del Rottamatore gli fa guadagnare voti.


No, il miglior alleato del premier è senza ombra di dubbio Beppe Grillo. Nessuno più dell’ex comico ha infatti versato quest’anno un tributo così elevato di parlamentari. Certo, da quando è iniziata la legislatura, tanti onorevoli hanno cambiato casacca, passando dall’opposizione alla maggioranza. Ma da quando Renzi ha fatto il suo ingresso a Palazzo Chigi gli esodi si sono verificati soprattutto fra gli esponenti del Movimento Cinque Stelle. Con l’uscita, registrata ieri, di Cristian Iannuzzi, Ivana Simeoni e Giuseppe Vacciano salgono a 26 i parlamentari grillini che hanno voltato le spalle a Grillo per accasarsi nel gruppo misto.

È vero, alcuni più che andarsene sbattendo la porta sono stati sbattuti fuori dalla porta, dopo una specie di processo sommario in Rete. Tuttavia, di chiunque sia stata la prima mossa, resta il fatto che quasi un quarto della forza eletta alla Camere con un programma di cambiamento dopo meno di due anni ha ottenuto un solo cambiamento: quello della maglietta che indossa.

Sarà per colpa dell’assenza di una regia e di una linea definita, sarà per via delle decisioni calate dall’alto da un direttorio assai misterioso di cui fanno parte il capo e il suo consigliere, sarà per il taglio secco agli emolumenti che costringe gli onorevoli a rinunciare a buona parte del proprio stipendio, sarà perché il Movimento Cinque Stelle fin dal suo esordio parlamentare ha scelto la strada di non collaborare con nessuno dei partiti presenti sulla scena politica, sta di fatto che giorno dopo giorno Grillo perde i pezzi e li regala a Matteo Renzi.

Volenti o nolenti, più l’ex comico e i suoi pretoriani alzano la voce e rifiutano ogni contaminazione con le forze di maggioranza e più si infoltisce la pattuglia di coloro i quali abbandonano il movimento per correre in soccorso del vincitore. Paradossalmente, senza fare sforzi e soprattutto senza fare concessioni, il presidente del Consiglio vede ampliarsi l’area della sua maggioranza.

Anche se i fuoriusciti fanno di tutto per non dichiararsi ufficialmente a favore del governo, temendo di essere etichettati una volta per sempre traditori, è evidente che la maggioranza a favore del premier è in definitiva il loro punto di approdo. Del resto non potrebbe che essere così. Se vogliono avere un ruolo, se intendono avere un futuro politico, i dissidenti non hanno altra strada che cercarne una che porti al Pd.

Magari lo sbocco non prevedrà un ingresso ufficiale nel partito, ma diciamo che una lenta marcia di avvicinamento è in atto e prima della fine della legislatura potremmo avere delle novità. Se al gruppo che arriva dal Movimento Cinque Stelle si aggiunge la squadretta che proviene da Sinistra ecologia e libertà dopo aver mollato Nichi Vendola al proprio destino di ex governatore, si capisce che per il futuro Matteo Renzi non ha davvero motivo di preoccuparsi.

L’economia potrà andare male, il Pil salire e il numero di occupati scendere, ma al presidente del Consiglio non verranno a mancare i voti per restare a galla. Anche se una parte del Pd, quella più radicale, decidesse di rompere con il segretario per dar vita a una nuova formazione politica (ipotesi di cui molto si parla sui giornali ma poco riscontro ha nella pratica), il capo del governo non incontrerebbe molti problemi, perché i contestatori verrebbero rimpiazzati facilmente con un nuovo gruppetto di sostenitori.

Ventisei onorevoli pronti a soccorrere il governo non sono pochi, ma se Beppe Grillo si applica ancora un po’ e non riesce a tenere unite le sue truppe, la diaspora potrebbe proseguire. Non a caso c’è chi parla di altri dieci parlamentari già sulla rampa di lancio, pronti ad atterrare nei territori della maggioranza.

Una fuga che in questo momento pare inarrestabile, tanto inarrestabile da farci concludere che di questo passo Grillo diventerà per il presidente del Consiglio il principale donatore di sangue. Senza il suo apporto, nei prossimi mesi Renzi avrebbe potuto incontrare qualche difficoltà e perfino essere costretto ad andare alle elezioni, ma con i nuovi rinforzi può guardare più sereno al proseguimento della legislatura. Al diavolo Pippo Civati e perfino Stefano Fassina: fuori c’è la fila di chi vuol prendere il loro posto.
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Maurizio Belpietro per Libero Quotidiano



I 5 STELLE SI ALLEANO COL NEMICO

Mercoledì i grillini auguravano un tumore ai figli dei democratici. Tutto dimenticato.

Ieri Pd e M5S si sono usati la cortesia di eleggersi vicendevolmente i candidati alla Corte Costituzionale e al Csm, in vista di una più vasta alleanza sulla futura legge elettorale.

È questa la materia di cui è fatta la politica. Ma certo ci vuole un fisico bestiale e/o la memoria molto labile per mandar giù così anni di contumelie grilline. Ancora mercoledì sera qualche senatore dem raccontava a Repubblica che i colleghi pentastellati avrebbero augurato un tumore ai loro figli secondo uno stile un filino sopra le righe che è proprio del duo G&C e dei loro followers . Ma almeno Grillo ravviva il tutto con l’ironia acida del mestierante. Per lui Renzi è stato, ancor prima di diventare premier, «ebetino» (si trova traccia di questo appellativo sin dal 2009), il «pollo che si crede un’aquila», il «fantasma di un ex sindaco» che si aggira «in una Firenze strangolata dei debiti». Grillo gli ha diagnosticato addirittura l’«invidia penis» per il programma elettorale del MoVimento 5 Stelle. Sublime la poetica dadaista di questa immagine: «Hanno bussato alla porta e non c’era nessuno. Era Matteo Renzi». E quando Renzi si presentò dalla De Filippi disinvolto con il suo giubbotto di pelle, aggiungere una «e» alla fine del cognome fu un attimo. Era nato «Renzie».

Naturalmente l’ascesa dell’ex sindaco di Firenze è andata di pari passo con un’ escalation dell’offesa un tanto al chilo. Grillo preparò il confronto in streaming dello scorso febbraio durante il trasloco di Renzi a Palazzo Chigi definendo questi il «vuoto assoluto», un «cartone animato», uno «mandato al governo dalle banche», un «Arlecchino con due padroni: De Benedetti e Berlusconi». Poi, durante il confronto, un nuovo assalto verbale: «Qualsiasi cosa dici non sei credibile», «fai il giovane ma non lo sei», «sei una persona buona che rappresenta un potere marcio».

Una palette di contumelie che fa sembrare scarno il pur ricco campionario di insulti riservato al predecessore di Renzi, quel Pierluigi Bersani così antropologicamente diverso eppur ugualmente preso di mira attingendo al repertorio pop dei fumetti («Gargamella»), dell’horror alla Romero («è quasi un morto», con l’ upgrade «morto che parla») e del più rassicurante cinepanettone («ha la faccia come il culo»). Ma Grillo ha trovato tempo e modo per prendersela anche con Romano Prodi («Alzheimer»), con Walter Veltroni («Topo Gigio»), con Giorgio Napolitano («Morfeo») e Piero Fassino («a furia di frequentare salme si diventa salma»), mentre c’è da dire che è stato insolitamente lieve con quel Bot della risata per due generazioni di umoristi a corto di talento che è Rosy Bindi: «Problemi di convivenza con il vero amore probabilmente non ne ha mai avuti», è tutto quel che la senatrice Pd ha ispirato al genio di Grillo. Deludente, no?

Purtroppo il M5S è pieno di cattivi imitatori di Grillo, come dimostra il caso del cittadino deputato Massimo De Rosa, che qualche tempo fa, nella gazzarra seguita all’occupazione della commissione Giustizia da parte dei suoi, così zippò il curriculum vitae delle parlamentari Pd: «Sono arrivate qui soltanto perché capaci di fare i p… ni». E pensare che le malcapitate non stavano nemmeno mangiando un gelato.
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Andrea Cuomo per il Giornale



I VOTI DELLA FORNERO CHE NON RICORDA GLI ESODATI


All’Università di Torino dove insegna Economia Politica, è stato chiesto all’ex ministro del Welfare Elsa Fornero cosa ne pensa del Jobs act e che voto darebbe a Matteo Renzi

L’accademica non si è tirata indietro: “Se fossi in università, a Renzidarei 18 sulla fiducia perché si vede ancora molto poco. Quanto all’articolo 18, nonostante ci sia tanta ideologia la questione non è un falso problema. L’articolo 18 è una salvaguardia”.

A Giorgio Gandola, direttore de L’Eco di Bergamo, deve essere sembrato davvero troppo, considerando qualche non trascurabile dimenticanza della sua riforma del lavoro. Come non ricordare, a proposito di pensioni, il dramma dei 390mila esodati?

Del governo Monti ricordiamo tre punti fermi: la spremitura intensiva degli italiani, il loden ed Elsa Fornero, nota a sua volta per i foulard, la furtiva lacrima e la cattiva memoria.
 
Da ministro del Lavoro si dimenticò di pensionare 390.000 italiani che rimasero nel limbo scomodissimo di chi non ha ancora l’assegno di quiescenza e non più uno stipendio da lavoro dipendente dopo aver versato regolarmente per anni i sacrosanti contributi.

Li chiamarono «esodati», fecero tremare il governo, poi al ministero risolsero il problema caricando i costi del pasticcio sulla previdenza futura. Ancora oggi ci sono persone che non sono riuscite a sfuggire a quella maldestra legge.

Per questo risulta curiosa la sicurezza con cui Elsa Fornero oggi giudica i provvedimenti del governo Renzi, che sarà anche affetto da annuncite, ma non è ancora riuscito nell’impresa di mettere in mezzo (letteralmente in mezzo) a una strada un certo numero di cittadini.

Chiamata in causa sul Jobs act, la docente di Economia politica all’Università di Torino ha così risposto: «Se fossi in università, a Renzi darei 18 sulla fiducia perché si vede ancora molto poco. Quanto all’articolo 18, nonostante ci sia tanta ideologia la questione non è un falso problema. L’articolo 18 è una salvaguardia».

Certamente una salvaguardia più concreta di quella che lei ha saputo offrire agli esodati. Il che dimostra che si può creare disoccupazione anche con l’articolo 18 in vigore. Oggi in Italia il problema non sono le prediche, sono i pulpiti. (Giorgio Gandola, L’Eco di Bergamo)
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 Blitz Quotidiano



GRILLO, L’INCOERENTE


Beppe Grillo è disposto a una ‘tregua’ con la minoranza del Pd pur di “mandare a casa” il governo Renzi.

“Renzi sta riuscendo dove non sono riusciti Monti e Berlusconi, sta trattando la Cgil come uno straccio per la polvere: compagni del Pd cosa aspettate ad occupare le sedi e far sentire la vostra voce?”. E’ quanto sottolinea un post sul blog di Grillo: la battaglia per l’art. 18 è “l’occasione per mandare a casa Renzi”.

“Lo scontro che si sta profilando” sul Jobs Act, si legge nel post firmato dall’ideologo del M5S, Aldo Giannulli, “impone che abbiamo tutti molta generosità, mettendo da parte recriminazioni pur giuste, per realizzare la massima efficacia dell’azione da cui non ci attendiamo solo il ritiro di questa infame “riforma”, quanto l’occasione per mandare definitivamente a casa Renzi: con l’azione parlamentare e con l’azione di piazza, con gli scioperi, spingendo la minoranza Pd a trarre le dovute conseguenze di quanto accade”. 
Anche perché, si spiega nel post intitolato ‘La battaglia per l’art.18’, ora “quello che conta di più è il senso politico generale dell’operazione” del governo, “avviare una nuova offensiva di ampia portata contro il lavoro e le sue garanzie. Dopo verrà l’attacco all’illicenziabilità della Pa, l’ulteriore taglio dei salari, l’ulteriore dequalificazione della forza lavoro e la definitiva espulsione del sindacato alle aziende. Tappe che vedremo succedersi rapidamente, una volta ottenuta la legittimazione di una vittoria sulla questione dell’art. 18: quello che conta qui, più che la questione in sé, è la sua valenza simbolica”.
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