COME CI HANNO RIDOTTO VENT’ANNI DI SILVIO

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La parabola politica del Cavaliere si conclude con un doppio fallimento: la mancata costituzione di un partito liberale e la modernizzazione del Paese. Se la borghesia italiana non prenderà coscienza del suo ruolo guida, il berlusconismo continuerà a circolare sottotraccia.

Piero Ignazi

All’inizio non voleva nemmeno sentirne parlare di un partito. Non per nulla quello che fonda alla fine del 1993 si chiama «Movimento politico Forza Italia». La parola «partito» è espunta: in effetti già allora, in tempi di Mani pulite, non suonava tanto bene. Poi, dopo la bassa marea politica degli anni successivi alla sua prima uscita da Palazzo Chigi, sconfitta dopo sconfitta, accede all’idea di farne uno e trova vecchie volpi pentapartite, e democristiane in ispecie, per confezionarglielo su misura. Nel 1998 finalmente Forza Italia prende forma, e a tal fine si vanno a ripescare i mitici 5.100 soci fondatori iniziali. Dopo il ritorno al governo il partito cade di nuovo nell’oblio e il congresso del 2004 è inutilmente celebrativo. Dovrà arrivare la sconfitta del 2006 e la nascita del Pd per indurre a un nuovo inizio con la costituzione del Pdl. (…) Scissioni e fuoriuscite non sono un problema perché il partito è Berlusconi. Come riconoscono tutti i suoi sostenitori, senza di lui Forza Italia e il Pdl non avrebbero senso. La sua autorità è assoluta: non ha bisogno di quelle norme statutarie così verticiste e centralizzate che gli assicurano un potere quasi assoluto.

Il nuovo miracolo economico. È proprio sul terreno privilegiato dell’economico che crollano miseramente le promesse. I dati statistici di ogni fonte, dall’Istat alla Banca d’Italia, dall’Ocse al Censis, segnalano il regresso dell’Italia. Le infrastrutture, la ricerca, il sistema scolastico, il tessuto industriale, il governo del territorio e il patrimonio artistico, il welfare, non sono altro che alcuni casi di un cahier de doléances infinito. L’amara realtà è che l’Italia ha fatto passi indietro, quasi in ogni settore. E quando invece ha migliorato le sue posizioni, soprattutto in tema di conti pubblici, questo si deve inequivocabilmente ai governi di centro-sinistra. L’incapacità di promuovere sviluppo nelle fasi alte della congiuntura internazionale e di affrontare con rigore e coerenza la grande crisi non solo ha scontentato e allontanato dal Cavaliere e dal suo partito buona parte dell’elettorato medio- borghese: ha sconvolto la struttura sociale stessa su cui poggiava il suo consenso. La moria di imprese, l’impoverimento del ceto medio e la disoccupazione dilagante hanno modificato in profondità il tessuto socioeconomico del Paese. Quella base di consenso su cui Berlusconi ha fatto affidamento per tanti anni si è ristretta e, in parte, gli ha voltato le spalle, delusa.

I tre fallimenti. La parabola del berlusconismo termina quindi sotto il segno di tre fallimenti:
– fallita la costituzione di un grande partito liberal-conservatore ridotto a una formazione patrimonial-populista con tratti carismatici, del tutto soggetta alle decisioni insindacabili del capo e aliena ai principi liberali;
– fallita la modernizzazione del Paese, riportato indietro di anni se non di decenni, ben al di là dell’impatto esterno della crisi internazionale;
– fallita la rivoluzione liberale. E questo per molti motivi: per l’adagiarsi su interessi settoriali, corporativi e persino personali visto il «benefit politico» aggiuntivo di 2,1 miliardi di euro alle sue televisioni per tutti gli anni in cui è stato al governo; per la radicalizzazione esasperata del conflitto politico, funzionale a eliminare potenziali concorrenti dell’area moderata; per la confusione-irrilevanza del rapporto tra azione individuale e responsabilità collettiva; per l’abbattimento di ogni confine tra sfera pubblica e sfera privata; per la diffusione di valori e prassi antitetici a quelli liberali.

Il dilemma della borghesia. Questi fallimenti sono inequivoci ma sarebbe liquidatorio fermarsi qui. Se il ventennio porta il segno del Cavaliere significa che qualcosa, e ben più di qualcosa, è rimasto. In estrema sintesi, una cultura politica che in parte si è connessa con quel basso continuo della nostra storia nazionale di diffidenza/ostilità per l’imperio della legge e la legittimità delle istituzioni; in parte ha espresso un individualismo debordante, vitalista ma senza argini; e infine ha infranto le barriere del reale e del razionale favorendo fughe in avanti e aspettative miracolistiche che solo un capo può soddisfare.

Quanto di tutto questo rimarrà vivo nella società dipende dalle scelte di quella classe, la borghesia, che avrebbe dovuto far argine al populismo forzaleghista, mentre invece è rimasta rincantucciata dietro le prebende del Cavaliere e ha preferito turarsi il naso pur di fare affari e di arginare i rossi. Se non acquisisce coscienza di sé, cioè del ruolo di guida che ovunque essa assume grazie a un ethos intriso di valori liberali e democratici e non populisti, allora il berlusconismo continuerà a circolare sottotraccia.

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l’Espresso




L’ANTIMATERIA

antimateria

Dopo il Big Bang, dov’è finita l’antimateria? I ricercatori del Cern ne hanno finalmente trovato le tracce, intrappolando in un tubo di tre metri e mezzo 80 atomi anti-idrogeno. La scoperta rilancia le speranze di dare una risposta a chi  si domanda, dopo il Bing Bang del Pdl, dove siano finiti gli antiberlusconiani.

Finora le ricerche erano state vane, perché il Pdl è diviso tra i sostenitori dell’alleanza con Alfano e i tifosi del patto con Berlusconi, ma è di ieri la notizia che in un circolo Pd di Santulussurgiu un’equipe di ricercatori svizzeri ha scoperto 80 antiberlusconiani.

E siccome – come per la materia e l’antimateria – quando gli opposti entrano in contatto tra loro generano una spaventosa esplosione, gli 80 antiberlusconiani sono stati subito intrappolati in un tubo di tre metri e mezzo.

da la Repubblica

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I GRILLINI DI MIRA NON RINUNCIANO AL GETTONE DI PRESENZA

AlviseManierosindacoMira

(Alvise Maniero, sindaco di Mira)

di Andrea Succi e Carmine Gazzanni

Quante volte abbiamo sentito dire dagli attivisti del Movimento 5 Stelle e dal capoccia Beppe Grillo che è ora di dire basta agli spropositati costi della politica? Tesi più che giusta, ovvio. Peccato, però, che tra il dire e il fare ci passi di mezzo il mare. Questo perlomeno è quello che si evince da una delibera comunale di uno dei primi comuni a Cinque Stelle, Mira (Venezia). Sebbene fosse stata presentata dall’opposizione (Pd e Pdl) una proposta per portare il gettone di presenza a un euro rappresentativo (invece che 36 euro, cosa che ha già comportato per le casse pubbliche una spesa di circa 30mila euro da quando si è insediata la nuova giunta), tutti i consigliere a Cinque Stelle hanno bocciato la proposta: su quindici, tre si sono astenuti e gli altri dodici hanno votato convintamente “no”. Se questo è l’inizio in Parlamento ne vedremo delle belle…

Quante volte abbiamo sentito dire dagli attivisti del Movimento 5 Stelle e dal capoccia Beppe Grillo che è ora di dire basta agli spropositati costi della politica? Tesi più che giusta, ovvio. Noi stessi di Infiltrato.it abbiamo documentato, con  lente di ingrandimento, tutti gli incredibili sperperi delle amministrazioni pubbliche. Tesi, dunque, più che condivisibile quella portata avanti da M5S. Ed un merito bisogna riconoscerglielo: dopo l’ennesimo boom di Grillo, anche i partiti tradizionali, ciechi e ottusi per anni, hanno compreso la necessità di tagliare sprechi e stipendi stellari, soprattutto visto il periodo di austerità a cui Pd, Pdl e Monti hanno condannato gli italiani.

Eppure, proprio ora che il Movimento 5 Stelle entra in massa in Parlamento, è necessario cercare di rispondere ad alcune domande: come si sono comportati i tanti attivisti sparsi per tutta Italia nei vari consigli comunali e regionali? In alcuni casi bisogna riconoscere loro importanti battaglie (soprattutto ambientali) e proficue politiche di tagli (vedi l’asset Cancelleri–Crocetta in Sicilia). Spulciando le varie delibere dei comuni a Cinque Stelle, però, si nota anche una sorprendente macchia che non ci aspetteremmo da chi, fino ad ora, ha condotto tutte le campagne elettorali al suon di “cacciamo questi incapaci spreconi”.

Entriamo nel merito della questione. Se in passato ci siamo già occupati di Pizzarotti e del suo fallimento (volente o nolente) a Parma circa l’inceneritore, questa volta parleremo del comune di Mira, in provincia di Venezia. Una cittadina di quasi 40 mila abitanti (nemmeno tanto piccola, dunque) che lo scorso maggio ha eletto sindaco Alvise Maniero, candidato del Movimento Cinque Stelle. Allora fu un colpaccio: uno dei primi comuni targati M5S, insieme a quello – più piccolo – di Sarego. Dopo infatti che Maniero era giunto al ballottaggio con il 17 per cento dei voti, intralciando la strada al candidato di centrosinistra Michele Carpinetti (che si fermò al 43 per cento, non sfondando il muro del 50 + 1), al ballottaggio la situazione si capovolse: Maniero 52,48 per cento; Carpinetti 47,51. Come detto, comune a Cinque Stelle.

Immediatamente si cominciò col dire che gli sprechi sarebbero stati tagliati, che la politica sarebbe stata a costo zero, e via dicendo. Sorprende allora una delibera del primo febbraio di quest’anno, in cui viene discussa la proposta di “Eliminazione/riduzione dei gettoni di presenza alle sedute del Consiglio e delle Commissioni consiliari”.

Di cosa parliamo nel concreto? In pratica della “riduzione dell’importo del gettone di presenza alle sedute del Consiglio e delle Commissioni Consiliari al valore di 1 euro”. Un piccolo ma significativo risparmio considerando i sacrifici a cui sono chiamati i cittadini. Ad oggi infatti il gettone di presenza a Mira arriva a 36,15 euro. Il calcolo è rapido. Considerando che abbiamo 24 consiglieri comunali, per ogni riunione del Consiglio se ne vanno 867 euro. Quasi mille euro a seduta. E stiamo parlando solo delle riunioni consiliari a cui, ovviamente, si aggiungono anche tutte le sedute delle Commissioni. Facciamo un ulteriore calcolo a questo punto. Stando alla pubblicazione sul sito del comune di Mira delle interpellanze e degli ordini del giorno, si evince che, dalla data di elezione di Alvise Maniero fino ad oggi, si sono avute trenta sedute consiliari.

Ergo: quasi trentamila euro di spesa per i gettoni di presenza. E, ripetiamo, stiamo parlando solo delle riunioni in Consiglio e non delle Commissioni. Cosa che, ovviamente, fa lievitare enormemente il costo per le casse pubbliche. Con questa delibera, invece, la spesa si sarebbe abbassata di gran lunga: un solo euro di gettone, rappresentativo. Nulla più. Anche perché – è bene ricordare – la carica di consigliere comunale non comporta la necessità di mettersi in aspettativa. In altre parole, chi fa il consigliere continua a guadagnare con il suo lavoro. Chiudendo: dai quasi trentamila euro spesi sinora la spesa si sarebbe abbassata a circa 7.200 euro (ogni seduta 24 euro invece che 867).

Avrebbe tutta l’aria di essere una proposta, per così dire, a Cinque Stelle. E invece no. A presentarla cinque consiglieri, tutti di opposizione: Paolino D’Anna (Pdl), Alessio Bonetto (lista civica Noi per Mira), Francesco Sacco, Gabriele Bolzoni e Vilma Minotto (tutti e tre Pd).

Si penserà. Bene. Un punto su cui, si immagina, si arriverà a facile convergenza. Propone l’opposizione, la maggioranza – proprio perché c’ha fatto campagna elettorale a riguardo – approva. E invece no. Scorrendo la delibera si legge che “il consiglio comunale delibera di non approvare la proposta”.

Ecco allora la domanda: chi ha votato a favore e chi contro? I voti a favore sono stati solo cinque: Bonetto (lista civica Noi per Mira) D’anna (Pdl) e tre del Pd (Zaccarin, Barberini Maurizio e Martin). E gli attivisti del Movimento 5 Stelle? Tre – Gino Biasiolo, Elisa Boscaro e Davide Morello – hanno preferito astenersi (per non scontentare nessuno?) e gli altri, invece, hanno detto di no. Hanno votato contro. Ma c’è di più: come si evince dalla delibera, i voti contrari sono stati dodici. E tutti proprio dal Movimento Cinque Stelle. Insomma, tutte le altre forze politiche sarebbero state d’accordo. Non i Cinque Stelle: tre si sono astenuti e gli altri dodici hanno detto convintamente “no. Compreso il sindaco Alvise Maniero. Insomma, nessuna riduzione ai gettoni di presenza. Meglio spendere. Checché ne dica il capoccia. Checché ne dicano i sostenitori dei Cinque Stelle.

 Delibera Comune Mira

articolo originale infiltrato.it

mader




SANTANCHÈ, LA VILLA DI COURMAYEUR AFFITTATA COME SE FOSSE UN “NEGOZIO”

villa-santanchè(il negozio della Santanchè)

di Marco Lillo per Il Fatto Quotidiano

A vederla passeggiare per le vie di Courmayeur nel weekend scorso Daniela Santanchè sembrava davvero in vacanza dopo le dure settimane della scissione del Pdl. Chissà quanti l’avranno invidiata vedendola festeggiare Sant’Ambrogio a ‘Curma’. Eppure basta consultare le carte del catasto e della Banca Popolare di Milano per scoprire che il deputato e amministratore unico della Visibilia Srl, quando è a Courmayeur lavora. Non bisogna farsi ingannare dalle fotografie con le buste della spesa insieme al compagno Alessandro Sallusti, direttore del Giornale dei Berlusconi. Daniela Santanchè non è in un luogo di villeggiatura. Per lei Courmayeur è una sede di lavoro come un’altra. Quella che molti definiscono la ‘villa’ di Daniela Santanchè a Courmayeur non è un’abitazione ma in realtà è un locale a uso commerciale della Visibilia, la società della quale Santanché è amministratore unico e socio al 60 per cento mentre il restante 40 per cento è della Bioera, quotata in borsa e controllata dall’ex compagno Canio Mazzaro. Visibilia fattura una ventina di milioni e ha uno dei suoi principali clienti proprio ne Il Giornale diretto da Sallusti. A pagare l’affitto della casa dove Santanché trascorre i suoi week end sulle nevi è proprio la Visibilia. Lo si scopre leggendo le carte dell’indagine sulla Banca Popolare di Milano.

Quattro mesi prima degli arresti domiciliari nei confronti dell’ex presidente della Bpm Massimo Ponzellini, il 27 gennaio 2012 il consulente del pm Pellicano, Michele Lo Coco, nella sua relazione descrive i rapporti bancari tra la Visibilia e la Banca: “La posizione di Visbilia viene revisionata nel maggio 2011 in occasione della concessione di un credito di fìrma di 40mila euro per la locazione di struttura a uso commerciale a Courmayeur”. L’immobile è esattamente lo stesso nel quale Daniela Santanché trascorre le sue vacanze. La Banca Popolare di Milano, il 9 giugno 2011, rilascia una fideiussione a garanzia del contratto di affitto stipulato dalla Visibilia 2 Srl (che poco dopo sarà incorporata nella Visibilia) con il proprietario: la società Bazzi Case S.A.S. di Carlo Bazzi, un imprenditore di Cermenate in provincia di Como. A garanzia del contratto di “locazione a uso diverso dall’abitazione” la Bpm si impegna a prestare garanzia sulla cauzione di 40mila euro per l’affitto.

Ma è lecito intestare il contratto della casa di montagna alla propria società e magari scontare il costo dal reddito ai fini fiscali? Daniela Santanchè replica al Fatto : “Non c’è nulla di male. Quella casa serve per le cose della società. Non è una casa in cui vado tutti i week-end a sciare. Ho ritenuto fosse giusto perché la utilizzo per le pubbliche relazioni e gli eventi che dobbiamo realizzare per Visibilia. Inoltre mi pare di ricordare con un margine di certezza del 99 per cento che paghiamo solo metà del canone tramite Visibilia. Non è una villa ma una casa che ha un piano su strada senza camere da letto dove ho organizzato un incontro con i miei migliori clienti e presto farò un evento per la rivista che edito: Ville e giardini”.

Quando Bpm concede la fideiussione (“un servizio per il quale abbiamo pagato”, dice Santanchè) i funzionari della banca danno un’occhiata ai conti della Visibilia. L’esito dell’istruttoria non è esaltante. Il consulente del pm Pellicano cita gli atti interni della Banca Popolare di Milano dai quali emerge che “l’operatività legata agli anticipi fatture ha evidenziato ritardi negli incassi”. In pratica la società di Santanchè si finanzia presentando alla Bpm le fatture che i clienti le devono ancora pagare. Peccato però che “la percentuale di insoluti nel 2010 si è attestata al 32 per cento; nel corrente anno solare giugno 2010-maggio 2011 al 56 per cento e in ulteriore peggioramento negli ultimi quattro mesi: dal febbraio 2011 al maggio 2011: 74,6 per cento”.

Nonostante tutto, Bpm concede anche la garanzia su altri 40 mila euro, per permettere alla Visibilia di affittare a Courmayer il suo immobile “a uso diverso dall’abitazione” fino al giugno del 2014. La casa affittata da Daniela Santanché ma di proprietà della Bazzi Case Sas è censita come C1, cioé “Negozi e botteghe locali per attività commerciale per vendita o rivendita di prodotti” e ha una consistenza di 204 metri quadrati. La proprietà include anche una seconda unità immobiliare di 75 metri quadrati, classificata come C6, cioé “Garage, box auto o posti macchina, stalle e scuderie”. Probabilmente l’alloggio della Cadillac Escalade, il suv della Santanché che divenne celebre per una multa da 50 euro in divieto di sosta. “Io non so cosa faccia Daniela Santanché in quella casa”, spiega Carlo Bazzi al Fatto, “io non l’ho praticamente più vista dopo il contratto nel 2011 ma mi dicono che effettivamente abbia fatto un paio di eventi lì”. Bazzi giura che la casa, censita come bottega e magazzino, “ha l’abitabilità”.

Comunque sembra difficile spiegare la distanza tra le carte e la realtà. Quella che a tutti sembra una lussuosa casa delle vacanze di un deputato, stando al catasto e alle pratiche della banca è invece un locale commerciale. Chissà cosa ne penseranno i finanzieri che spesso si fanno vedere a Courmayer a beneficio di telecamere per stanare il solito barista che non batte lo scontrino alla decima vodka. Ai fini fiscali, il canone pagato da Visibilia a Bazzi per la casa di Courmayer è considerato un costo per la società, quindi deducibile dal reddito. A metà, se Santanché ricorda bene, o del tutto se ricorda male.

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BERLUSCONI SFRATTATO DA PALAZZO GRAZIOLI

palazzo grazioli

Carlo Tecce scrive, sul Fatto Quotidiano, che il Pdl non avrebbe pagato l’affitto e così gli eredi della duchessa Grazioli hanno denunciato Silvio Berlusconi per morosità.

 Carlo Tecce per “il Fatto Quotidiano

Non è senatore neanche a casa sua. Il decaduto Silvio Berlusconi lo sfrattano pure dal “parlamentino” di palazzo Grazioli, un emiciclo di legno intagliato che ha ospitato memorabili conferenze stampa, riunioni plenarie e simulazioni di governo. Perché il conte Emo Capodilista, ereditario assieme a Saverio (detto Lallo) Caravita di Sirignano, ha denunciato il defunto Pdl per morosità: abusivi, non pagano l’affitto da sette mesi, occupano l’aula di un finto Montecitorio, l’ex redazione del Mattinale (Primo Piano) compreso l’ufficio di Paolo Bonaiuti e spergiurano di aver disdetto il contratto.

E poi il fatidico 27 novembre dopo le fatidiche 17:42 e 30 secondi, il sofferente Berlusconi ha radunato le truppe di Forza Italia proprio nel “parlamentino”. Il tribunale civile di Roma dovrà valutare il danno.

Tra scissioni e riesumazioni, il tesoriere ha bloccato i bonifici: “Quanto sono pignoli, sciocchezze!”, assicura Maurizio Bianconi, toscano, cassiere. E l’avvocato (e deputato) Ignazio Abrignani, costretto a negoziare spiccioli, non vuole passare per taccagno: “Vi posso anticipare che l’accordo è vicino. Non capiamo l’azione di Capodilista. Abbiamo sforato di pochi giorni…”. D’un colpo, l’impunità di Silvio da Arcore evapora.

Ora va scoperto il Cavaliere parsimonioso, che non vuole saldare arretrati di un partito gestito da un tale Angelino Alfano e che la fidanzata Francesca Pascale ha iniziato al risparmio casalingo: inaccettabili i fagiolini a 80 euro per un chilogrammo. E così Berlusconi ha spedito l’architetto Gianni Gamondi in missione per le residenze più blasonate di Roma: caccia alla nuova magione, riservata, immune ai fotografi e ai giornalisti.

La scarsa passione per il giardinaggio di Francesca e Mariarosaria Rossi, senatrice e badante, ha scosso il pigro Silvio. L’episodio viene ricordato come determinante. Le virtù di palazzo Grazioli impongono che i fiori siano cambiati quasi ogni settimana, sempre freschi, impettiti, in salute. Per limare un piccolo spreco, Francesca e Mariarosaria ordinano pacchi di gerani di plastica, talmente ben truccati che il botulino è roba da dilettanti, e i commessi li sistemano nel cortile: la furia dei vicini, fra principi senza regno e duchi senza ducati, non va scritta perché andrebbe ascoltata.

Evitato un trauma al barboncino Dudù, molto amico di un pari taglia di Saverio (detto Lallo) Caravita di Sirignano, Pascale era pronta al trasloco, a liberare anche il piano nobile con balcone su via del Plebiscito dove Berlusconi ha un paio di uffici e segretarie, tre sale da pranzo e dieci camere da letto. Addio Palazzo Grazioli, addio ricordi con Gianpi Tarantini e Patrizia D’Addario e con gli ex illustri coinquilini: il dalemiano Claudio Velardi e la tivù dalemiana, Red.

Calma, il cavaliere ha predicato calma. Perché il fidatissimo Gamondi, scultore di ville berlusconiane da Antigua a Lampedusa sino a Villa Certosa, non ha trovato il pezzo giusto più che il prezzo: adesso ha occhi solo per Palazzo Taverna. Per un po’ di pigrizia, raccontano gli amici di Fininvest, Silvio s’è fatto sfuggire il Pecci-Blunt, il palazzo con lo sguardo al Campidoglio.

Dove Denis Verdini, anni fa, riuniva avventurieri e Marcello Dell’Utri per cercare di condizionare la Consulta sul prezioso Lodo Alfano. Ma il Cavaliere, forse, avrà preferito ignorare quei mattoni pregiati e storici che sanno di sconfitta.

Le ispezioni di Gamondi vanno avanti, piano: il decaduto non vuole abbandonare la Capitale, anche se non vuole più confondere politica e Pascale: “Per gli incontri di Forza Italia – rivela soddisfatto Abrignani – il presidente ci ha più volte consigliato di vederci nella sede di San Lorenzo in Lucina. Io sono felice perché l’ho scelta io. Ha apprezzato molto: è comoda, elegante, ma non di lusso; grande, ma non enorme; organizzata, ma non dispersiva. E dunque non andremo più a Grazioli”.

Ovvio, non pagate da sette mesi… “Sì, mi sembra un’analisi corretta”, aggiunge Abrignani. Per i servizi sociali o i domiciliari, anche su suggerimento di Francesca, Berlusconi ha indicato Roma. Il prossimo palazzo dovrà avere un cancello molto imponente, numerose entrate, più verde (chissà se sintetico) e, soprattutto, tanta erba per Dudù. Dismesso da senatore e dismesso il “parlamentino”, il Cavaliere parsimonioso ricomincia da Roma 2.

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