PAOLA TAVERNA CHE APRE SALVINI SU FLAT TAX E AUTONOMIE

La senatrice 5 Stelle e vicepresidente del Senato, Paola Taverna, si dice convinta che “Flat tax e Autonomie”, due delle misure bandiera della Lega di Matteo Salvini, vadano accettate e votate e che l’alleanza con la Lega è l’unica possibile per il Movimento 5 Stelle. A poche ore dalla conferenza stampa di Giuseppe Conte su “Cose importanti”, lo afferma in una intervista a Luca Telese per il quotidiano La Verità.

Senatrice Taverna, facciamo un gioco?
«No».
 No?
«Nessun gioco. Se parliamo di politica sappia che io non gioco mai».
Facciamo un test, allora.
«Quale?».
Io le faccio le 20 domande sul M5s che tutti in queste ore si fanno e a cui nessuno risponde. Lei si impegna a rispondermi dicendo sempre la verità.
«Non sarà difficile. Io dico sempre la verità».
Ammette la sconfitta?
«Sarebbe assurdo negarla. Non ci dormo la notte».
La sconfitta segna la fine del M5s?
«Assolutamente no».
Lo pensa davvero? È già il primo test di sincerità, attenzione.
«Ne sono convinta. Abbiamo perso una battaglia, e fra l’altro non è la prima volta. Siamo sempre lì, a combattere contro tutto e tutti, da quando siamo nati».
Ma stavolta è diverso. È stata una batosta durissima. È sicura che ci sarà la prova d’appello?
«Se bastasse una sconfitta per cancellare un movimento non saremmo mai andati al governo. Non avremmo fatto tutto quello che abbiamo fatto».
Gli elettori vi hanno tolto 16 punti. Praticamente una condanna a morte.
«Guardi, è come il giudizio di un genitore su un figlio. Può essere anche durissimo, ma non è mai per distruggere, piuttosto per educare».
Si sente in punizione, dunque?
«Penso che dobbiamo riflettere seriamente su quello che è successo. Su perché siamo stati giudicati così severamente».
Lei è sempre la Taverna, ma questa frase sembra un po’ democristiana. Avete comunicato male?
«Sicuramente, ma ridurre questa sconfitta a un errore di comunicazione sarebbe un errore grave».
Allora mi dica una cosa in cui riconosce che avete sbagliato.
«Abbiamo fatto e stiamo facendo così tante cose, che non abbiamo il tempo di pensare bene a quello che stiamo spiegando».
Mi risponda rapidamente, poi approfondiamo: dovete rompere con Salvini sì o no?
«No».
La Lega in un anno vi ha spolpato, in un altro anno vi cancellerà?
«Assolutamente no. Quello che saremo dipende solo da noi».
Di Maio è responsabile della sconfitta?
«No. Siamo responsabili tutti».
Di Maio se ne deve andare?
«No, abbiamo già votato in rete».
La conseguenza della sconfitta sarà che calate le braghe?
«Se lo scordi».
Adesso continuate a fare la guerriglia Lega-M5s?
«Sarebbe un errore gravissimo. Quindi no».
Paola Taverna ha dato gli ultimi due esami che le mancano per la laurea in Scienze politiche, ma ha scoperto subito dopo che – per un vincolo burocratico – ne dovrà dare altri due. Uno è Storia del giornalismo l’altro Sociologia dei fenomeni politici. Apparentemente una grana. Ma appena ha iniziato a leggere i libri assegnati, partendo da un testo sulla stampa nell’era fascista (Giornalisti di regime, del professor Pierluigi Allotti) si è appassionata e ritemprata: «lo sto leggendo con un piacere personale». Sul piano politico dopo il voto è tornata in prima linea, non è depressa per la sconfitta, anzi, per dirla in tavernese, «sono incazzata come un puma. Ma non alziamo bandiera bianca: torneremo a vincere».
Scusi senatrice, ma devo essere insistente. Salvini è apparso un superministro, ma aveva anche la forza di un leader di opposizione.
«Salvini ha una comunicazione violenta, di pancia ed efficacissima. Noi siamo un movimento che si basa sulla Costituzione».
Salvini ha una comunicazione «violenta»?
«È una constatazione. Lei non vedrà mai né me, né nessuno del M5s fotografato con un mitra».
Siete apparsi succubi? Sincera.
«Salvini ha incarnato una cosa che sta nella testa degli italiani. Il sogno dell’ uomo forte. Noi non possiamo, non dobbiamo essere l’ uomo forte».
Perché non avete «venduto» bene la vostra grande conquista, il reddito di cittadinanza?
«È una domanda che mi faccio anche io».
Ah.
«La prima risposta che mi do è che combattiamo su tutti i fronti, forse troppi, e non ci stiamo spiegando bene».
Perché dice che Di Maio non se ne deve andare?
«Perché sono onesta. I suoi ministeri sono quelli che forse hanno portato a casa più risultati. Certo, i militanti lo vorrebbero più impegnato come capo politico. E hanno ragione».
Attenzione, si è contraddetta.
«Assolutamente no: penso che Luigi stia lavorando bene al governo, penso che dovrebbe dedicare più tempo al Movimento».
Quindi lasciare un incarico.
«Se per assurdo riuscisse a non dormire mai e a fare tutto, egoisticamente sarei contenta».
Ma siccome non è un robot, lei mi sta dicendo che Di Maio dovrebbe rinunciare a qualcuno dei suoi incarichi?
«Io credo che se avesse più tempo per fare quello che fa ci guadagneremmo tutti».
È un modo elegante per dargli un benservito.
«No, affatto. È un modo molto semplice per dire: solo Di Maio può scegliere se deve rinunciare a qualcosa o a che cosa. Se potesse impegnarsi di più come capo politico saremmo tutti più felici. Ma come farlo lo deciderà lui. Semplice, no?».
Volevano fare un golpe e toglierlo di mezzo?
«Io non tramo mai. Men che meno gli altri attivisti. Nel Movimento un altro bravo come Luigi disponibile per fare il leader non c’ è».
Attenzione! Sta dicendo che Di Battista non sarebbe bravo come leader?
«Sto spiegando che Alessandro è bravissimo. Ma al momento non è disponibile ad assumersi responsabilità di questo tipo. Lo dice lui».
Avete trascurato la base.
«Mi costa ammetterlo, ma questo è vero. Dobbiamo dedicarci di più agli attivisti».
E questo chi lo dice?
(Sorriso). «Lui».
È stata insincera quando ha detto che vuole continuare a governare con la Lega?
«No, ero sincerissima. Non esiste nessuna alternativa al governo gialloblù, gli elettori questi lo hanno detto in modo chiaro».
E perché non potreste governare con il Pd?
«Perché è il Pd che ha scelto di non governare con noi: ci insulta, voleva addirittura fare un referendum contro il reddito di cittadinanza!».
Se è per questo la Lega il reddito lo vorrebbe addirittura definanziare!
«Se qualcuno aveva questa idea, le parole di Tria nella sua lettera hanno messo la parola fine».
Molti nel Movimento sono convinti che la Lega vi stia divorando e che dobbiate «staccare la spina».
«Io non lo penso affatto».
Ha delle tentazioni sadomasochistiche?
«No, nessuna. Date le condizioni che stiamo illustrando questa è l’ unica alleanza possibile».
Anche se voi pagate il prezzo dell’ impopolarità e loro raccolgono i consensi rubandoli a voi?
«A noi nessuno ruba nulla. Come abbiamo perso voti li possiamo recuperare, l’ elettorato in questi anni ha dimostrato di essere mobile. Come se ne va, torna».
E le autonomie? E la flat tax? Tra pochi giorni farete le barricate contro?
«Io sono convinta che gli elettori abbiamo espresso consenso a queste battaglie della Lega. Quindi accettiamo questi temi e mettiamo il Carroccio alla prova».
Il M5s inizia la sua ritirata?
«Abbiamo una identità così forte che non possiamo perdere nulla. Fra l’ altro c’ è bisogno di noi, questo Paese ha bisogno di noi».
Per cosa?
«Ad esempio per la legalità e per la giustizia sociale. Temo su cui noi siamo un baluardo».
Il rapporto con la Lega come funziona, scusi?
«Non c’ è un’ alleanza. Quando abbiamo scelto di fare un contratto, abbiamo disegnato un percorso comune. Adesso lo portiamo a termine».
Dite così, e poi vi sparate su tutto.
«La mia personale opinione è che la conflittualità deve abbassarsi. Se diciamo che governiamo, e poi ci prendiamo a cannonate, la gente non ci può capire».
Salvini si è attribuito i successi di questo governo. È stato più bravo di voi?
«Noi abbiamo contribuito alla lotta contro l’ immigrazione. Abbiamo votato il decreto Sicurezza. Ma non pensiamo che l’ immigrazione sia l’ unico tema».
Cosa vuol dire?
«Che per affermare questa scala di priorità si può pagare un prezzo nel breve termine. Poi la gente capisce che è la scelta giusta».
È pronta a sacrificare il reddito, per salvare il governo?
«Se provano a togliere un solo centesimo mi metto sulle barricate. Non lo consiglio a nessuno».
E sui temi loro?
«Dobbiamo dare attenzione su flat tax e autonomie».
Avete sbagliato a puntare tutto sul reddito?
«Mai avuto un rimpianto. Non potevo vivere in un Paese in cui la persona della porta accanto muore di fame. Prima o poi pagherà, non abbiamo fretta».
Qualcuno inizia a pensare che state diventando come gli altri.
«Una sciocchezza! Continuo ad abitare nella casetta di 50 metri quadri di periferia dove abitavo prima. Non ho cambiato una virgola delle mie abitudini, ho una sorella disoccupata è una madre, sfrattata, a carico».
E quindi?
«Eravamo diversi, siamo diversi e restiamo diversi dagli altri».
Lei parla per sé, ma il Movimento ha paura di strappare perché perderebbe le poltrone?
«No. Né io né gli altri siamo cambiati. E se fosse necessario, o se fossero messi in discussione i nostri valori, ci metteremmo cinque minuti a rinunciare a qualsiasi prebenda».
Può farmi un esempio?
«Lo chieda a Siri. Che ha pagato un prezzo perché noi sulla legalità non facciamo nessuno sconto. Lo chieda a Rixi, che si è dovuto dimettere anche dopo la sconfitta».
Paola Taverna, è diventata vicepresidente del Senato, un po’ si sarà imborghesita pure lei.
«Se non posso più farlo torno a fare la madre a tempo pieno, perché ho un figlio che amo follemente e che ha bisogno di me».



GIULIA GRILLO (M5S): “LA COALIZIONE DI CENTRODESTRA È UNA TRUFFA”

“Questa storia della coalizione del centrodestra è una truffa. È ridicola perché hanno programmi diversi. Chi ha programmi diversi non si coalizza, se hanno lo stesso programma fanno un partito unico”.

A dirlo è Giulia Grillo, capogruppo alla Camera del Movimento Cinque Stelle, ospite ieri a 24Mattino di Luca Telese e Oscar Giannino su Radio 24. Esclude così, poi, la possibilità che il Movimento Cinque Stelle si allei con altri partiti prima del voto: “No. In Europa non ci sono altri esempi di Paesi che hanno coalizioni preelettorali. No c’è un motivo per cui devi andare unito a un’altra forza politica, se non quello che ti devi spartire potere e poltrone”.
“Il governo neutro non mi piace e lo dico sinceramente da cittadina. Per noi è impossibile sostenere questo governo pur rispettando in maniera assoluta Sergio Mattarella”. “Cosa va a fare un governo neutro, qual è la linea politica che tiene? Qual è la responsabilità che ha di fronte all’elettore?” continua la Grillo: “Non ha nessuno di questi elementi”
“Noi lavoreremo affinché le percentuali siano più decisive e definite” – dice Giulia Grillo – che definisce il voto a luglio come “un ballottaggio”. “Qualora ciò non dovesse accadere”, continua però, “faremo comunque il massimo, come abbiamo fatto questa volta, per dare un governo a questo paese”. La domanda di Telese insiste: “Se dopo il voto non c’è maggioranza, ritornate a rivolgervi alla Lega e al Partito Democratico?”. E continua: “Naturalmente: nel proporzionale non si lavora in uno, come nelle coppie si lavora in due quindi ci deve essere anche l’altra parte”.
“L’unica scelta è andare alle urne e raccontare ai cittadini quello che è successo in questi sessanta giorni. È indegno e indecoroso che ancora si dica, dopo cinque anni, che bisogna cambiare la legge elettorale che hanno votato questi partiti”.  “Tutti gli esperti dicono che è assurdo dire che due elezioni siano uguali, pure con la stessa legge elettorale” continua la Grillo. Respinto il rischio di un risultato fotocopia: “È come se fosse un ballottaggio. Noi ci impegneremo al massimo per far capire ai cittadini che bisogna dare un’indicazione molto più precisa e decisiva su chi si vuole governi”.
Fonte: Radio24



ECCO PERCHÉ I 5 STELLE IN TV APPAIONO SENZA CONTRADDITORIO

Il giornalista Salvatore Merlo, del Foglio, rivela un retroscena dove spiega perché gli esponenti dei 5 Stelle quando appaiono in televisione sono quasi sempre senza contradditorio.

Canale 5, Roma, studio del Palatino, mercoledì 8 giugno, ore 20. Si registra “Matrix”, con Luca Telese. L’assistente di regia si esprime con l’aria che hanno gli uomini da tempo rassegnati a monotoni orizzonti di lavoro, guarda gli ospiti, per lo più giornalisti, uno del Foglio e una del Fatto, li misura distrattamente con lo sguardo, poi in romanesco bonario spiega la procedura: “Mo’ voi entrate in studio, fate due battute co’ Luca, poi però entra Di Maio e voi dovete uscire di corsa…”. Pausa d’imbarazzo. Come uscire, scusi, in che senso? “Dovete lascia’ lo studio”. Ce ne andiamo a casa. “No, no, dovete fa’ finta de non esserci proprio finché ce sta Di Maio”. Noi non ci siamo. “E niente domande”. Zitti e mosca. “Però quanno se collega Salvini da Milano allora potete rientra’ in studio”. E Salvini invece se le fa fare le domande? “Sì, Salvini sì. Poi però dovete usci’ quanno entra Chiara Appendino che se collega da casa sua a Torino”. E noi sparire. “Ma poi rientrate”. Ah. “C’è Anna Maria Bernini di Forza Italia”. E si fanno le domande. “Eccerto”.

il-foglio

Rocco Casalino, capo staff della Casaleggio Associati presso il Senato della Repubblica, chiama, le redazioni rispondono, prendono appunti, e le trasmissioni – “Ballarò”, “Piazza Pulita”, “Di Martedì”, “Agorà”… tutti i talk-show – cucinano la trama delle interviste solitarie e senza contraddittorio (però li chiamano “confronti”) con gli ingredienti che gli vengono consentiti. Le richieste dei politici annegano in un oceano di tolleranza, di rassegnazione, di comprensione, complice la par condicio, vera imbecillità italiana, la legge che trasfigura in commedia l’idea stessa dell’alternanza democratica, una forma di satira involontaria introdotta dal centrosinistra molti anni fa, il tentativo grottesco di abolire la faziosità per legge. Par condicio significa infatti che a una cretinata di un partito deve sempre seguire una cretinata di un altro partito, obbligatoriamente di uguale peso e misura, e dunque a una faccia di destra deve essere sempre alternata una faccia di sinistra, con l’effetto dell’elisione sia della destra sia della sinistra ma con l’occupazione a tutto campo della cretinata. Così, se c’è Fassino per otto minuti, deve esserci per forza anche Appendino per otto minuti, a qualsiasi costo e a qualsiasi condizione. E se c’è Giachetti non puoi non avere Raggi, a qualsiasi condizione, anche la più umiliante: dettatura degli ospiti, cacciata dei giornalisti, controllo sulle domande, scelta della location, “noi preferibilmente in studio non veniamo”. E il conduttore insacca quello che può, quello che gli danno, come il droghiere con le salsicce.

A chi in questi giorni è riuscito di vincere la noia, la greve noia che entra come nebbia nelle case, nei salotti, nelle camere da letto, dovunque ci sia un televisore acceso e un talk-show che sbraita nelle orecchie (suggerendo dubbi sulla necessità dell’esistenza umana), a chi non è schiantato di fronte ai comizietti da campagna elettorale propinati a tutte le ore da tutti i canali, sarà capitato di assistere all’ammirevole incastro di sceneggiatura cui la televisione è obbligata a piegarsi: Di Battista che pretende e ottiene da “Ballarò” di stare da solo in piazza, “perché noi siamo diversi”, come Di Maio splendido e solo a “Piazza Pulita” (mentre Orfini, che evidentemente ha meno capacità contrattuale, si ritrova tre giornalisti che gli mordono anche i polpacci), e infine Virginia Raggi: lei compare quasi esclusivamente per strada, la borsetta e gli occhiali da sole sapientemente in mano, come fosse appena scesa di casa e sorpresa lei stessa di trovarsi chissà come davanti a un microfono e una telecamera protesi dal conduttore in persona. “Io non passo le mie giornate in televisione”, dice mentre sta in televisione (e pure con il sorriso di chi ha dalla sua parte una logica inoppugnabile).

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Fonte: Il Foglio



I DIPENDENTI DELLA CAMERA PRENDONO PIÙ DEI PARLAMENTARI

Falegnami, barbieri, baristi e documentaristi con stipendi che sfondano quota 200mila euro l’anno

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di Luca Telese

Sono pubblicati in modo trasparente ma discreto, in una sezione speciale del sito della Camera. Ma, anche se fossero stati occultati in un caveau, gli stipendi dei dipendenti di Montecitorio hanno un significato simbolico talmente deflagrante da non poter essere ignorato, e contengono la migliore morale possibile contro gli eccessi demagogici delle cosiddette campagne anti-Casta.

Ha fatto benissimo, dunque, la presidente della Camera Laura Boldrini a propiziarne la pubblicazione: sono cifre che in alcuni casi conoscevamo già, che in altri casi intuivamo, e che in ogni caso è bene tenere a mente. L’idea – faccio solo un esempio – che un falegname della Camera, sia pure al massimo della sua anzianità lavorativa, guadagni più o meno la stessa cifra lorda di un deputato, ci dice che il privilegio in Italia è molto ben dissimulato, e spesso lontano dai centri in cui solitamente ci si immagina di poterlo trovare. Lo stesso vale per un barbiere e per un centralinista, che al culmine della loro carriera valgono quanto un segretario regionale.

L’idea che un documentarista di Montecitorio parta da poco meno di 40mila euro e arrivi a guadagnare fino a 237mila euro (poco meno del doppio di un deputato!) rende bene la logica del rapporto di forza reale tra i funzionari e i parlamentari, di coloro, cioé, che in teoria dovrebbero servire. Il fatto che il segretario generale della Camera guadagni 406mila euro lordi all’anno, poco meno del triplo di un deputato, è una notizia che nemmeno ha bisogno di un commento: gli altri passano, lui resta, come un sovrano, e con un appannaggio che testimonia questa plateale differenza di rango.

Si dirà: ma il segretario generale (e il suo vice, che guadagna 304mila euro) sono di fatto due super manager, gestiscono milioni e milioni di euro, decine di palazzi, di servizi, è giusto che abbiano una retribuzione proporzionale ai bilanci che devono amministrare. Vero. Ma anche deputati e presidenti di Commissione fanno le leggi di uno stato che spende pur sempre 800 miliardi di euro. Decidono, con ogni voto della legge finanziaria, capitolati di miliardi di euro, scelgono se possiamo fare gli ospedali o se dobbiamo comprare gli F35. Questi parlamentari dovrebbero quindi essere obbligati e vincolati a far bene il loro lavoro, controllati ancora di più nelle loro presenze, limitati nella possibilità di avere altri impegni professionali in conflitto di interesse con la loro professione elettiva. Ma mai possono essere squalificati.

L’idea che un barista di Montecitorio (ne conosco molti, sono qualificati e simpatici, ma pur sempre baristi) guadagni il doppio del sindaco di Roma stride con qualsiasi principio di logica e di buonsenso. Questo meraviglioso organigramma retributivo della Camera, in realtà, unito con la recente notizia che spendiamo 13 miliardi l’anno di super pensioni (con emolumenti da quaranta a novantamila euro al mese!), ci deve dire che dopo anni di sacrosante cannonate sugli sprechi della politica, è giunta l’ora di cambiare bersaglio. Non è più sugli scranni parlamentari che si annidano i privilegi. Gli strapagati dallo stato sono magari incrostati nei cavilli legislativi del fondo dei telefonici, sono nascosti nelle pensioni che regaliamo senza nessun equivalente contribuivo versato agli ex supermanager (che peró continuano a lavorare), sono disseminati nei gangli delle amministrate, delle consociate, delle controllate, delle autorità di bacino, ovvero in quegli stipendifici a spese nostre dove nessun controllo e nessuna Boldrini ci hanno permesso di vedere così chiaro come in questa tabella. L’altro elemento incredibile riguarda le carriere: i dipendenti della Camera aumentano mediamente i loro stipendi di cinque o di sei volte: chi glielo dice ad un insegnante che porta a casa 300 euro netti in trent’anni se va bene? Come spiegarlo ad un giovane ricercatore che si vede elemosinare un migliaio di euro senza nessuna prospettiva di crescita o di permanenza?

È davvero giunto il momento di girare i cannocchiali telescopici per spostarli dal Palazzo alla società: e di agire animati dal principio che non ci sono più risorse per regalare stipendi d’oro a pioggia. Nella nuova guerra per il rigore, i gettoni di presenza dei consigli provinciali e comunali (da trecento a mille e duecento euro al mese!) non sono nulla conto quelli stellari dei consigli di amministrazione. Si potrebbe chiedere di affiggere e pubblicare gli stipendi in qualsiasi amministrazione dello Stato. Forse sarà anche il caso di aggiungere un dettaglio: di fronte a queste cifre la parola “diritto acquisito” suona quasi come un insulto.

Twitter: @lucatelese

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