QUANDO LUIGI DI MAIO PROPONEVA ARMANDO SIRI A MINISTRO DELL’ECONOMIA

“Smettiamola di parlare di temi inutili, come quello di Siri. Si dimetta e continuiamo a lavorare”. Ha dichiarato il vicepremier Luigi Di Maio, il 25 aprile, a margine delle celebrazioni che si sono tenute alla sinagoga a Roma. “Si deve dimettere e se non lo fa chiederemo a nome del governo di farlo”.

Eppure il 28 maggio 2018, Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 Stelle, ospite di Barbara D’Urso a Pomeriggio 5, cercando di superare l’impasse sul nome di Paolo Savona al dicastero dell’Economia su cui il Presidente della Repubblica aveva riserve, dichiarava che lui stesso aveva proposto in un colloquio privato a Mattarella due nomi alternativi a quello del professore, “cioè quelli dei leghisti Bagnai e Siri”.
Lo stesso Armando Siri, sottosegretario del ministro Toninelli, indagato per corruzione, per il quale il bis-ministro Di Maio, oggi, chiede le dimissioni.
Allora il grillino Di Maio proponeva alla guida del ministero, tra i più importanti del Paese, un leghista che aveva patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta nel 2015.

In un video della trasmissione Otto e mezzo condotto da Lilli Gruber, sempre del maggio 2018 e mandato in onda da Corrado Formigli a Piazzapulita su La7, Alessandro Di Battista confermava  che i candidati dei 5 Stelle indicati a guidare il Ministero dell’Economia del governo lega-stellato erano Bagnai e Siri.

Fonte: l’Espresso



NEGLI ULTIMI DIECI GIORNI DI MAIO, DI BATTISTA E IL M5S SONO DIVENTATI TACITURNI

La sconfitta nelle elezioni regionali in Abruzzo prima, la difficile gestione del voto sul processo per Matteo Salvini dopo: l’uno-due che ha investito i 5 Stelle negli ultimi dieci giorni ha lasciato più di qualche strascico nel Movimento. Strascichi visibili nei sondaggi – racconta Mauro Munafò sul settimanale l’Espresso che vedono un continuo calo per i 5 Stelle, nelle prime contestazioni della base e in quel 41 per centro di votanti su Rousseau che volevano il processo per Salvini.

Ma che i pentastellati stiano vivendo un momento di sbandamento lo si può vedere anche dai social network, principale canale di comunicazione dei 5 Stelle. I dati elaborati dall’Espresso mettono infatti in evidenza come i 5 Stelle e i loro principali esponenti siano rimasti senza voce in questi giorni, riduciando in maniera drastica i messaggi ai loro fan.
Nell’arco di tempo che va dal 10 al 20 febbraio, Luigi Di Maio ha scritto su Facebook in media 1,4 post al giorno. Tanti o pochi? Basti pensare che nei giorni precedenti, l’arco che va dal 29 gennaio al 9 febbraio, i post quotidiani di Di Maio erano 6,2: il quadruplo. Un crollo che non può essere giustificato neanche dall’imminenza delle elezioni in Abruzzo, visto che questa domenica c’è una nuova tornata elettorale, in Sardegna.

Il calo di “produttività” del capo politico del Movimento 5 Stelle non è solitario. Alessandro Di Battista, tornato di recente dal Sudamerica per supportare il Movimento, passa da 2 post al giorno a meno di mezzo post al giorno, il ministro Danilo Toninelli scenda da 3 post al giorno a 1,5: dimezzato. La pagina ufficiale del Movimento invece crolla da 23 messaggi al giorno a soli dodici. Gli altri politici, a dimostrazione della situazione specifica che riguarda i pentastelati, non segnano cali così significativi: Matteo Salvini mantiene la media di sedici post al giorno, Giorgia Meloni ne postava undici e continua a postarne undici, il Pd passa da dieci a nove.
La ridotta comunicazione dei 5 Stelle finisce per avere un profondo impatto anche sul coinvolgimento dei fan e degli elettori online, che subisce un crollo netto. Le “reaction” totali ai post di Di Maio, la somma cioè dei commenti, dei like e delle condivisioni generate dai suoi messaggi su Facebook, passano da 1,1 milioni a soli 310mila (un terzo): così il leader 5 Stelle viene superato anche da Giorgia Meloni (690mila reazioni per lei). Irrangiungibile Matteo salvini con le sue 4 milioni di reazioni complessive.
Non va meglio alle altre pagine della galassia 5 Stelle: le reazioni al profilo ufficiale del Movimento 5 Stelle passano da un milione a poco più di mezzo milione, Danilo Toninelli crolla da 162mila a poco meno di 60mila. Peggio di tutti fa Alessandro Di Battista che da 228mila reazioni passa a 69mila.



NESSUN DECRETO SULLA CHIUSURA DEI PORTI È MAI STATO FIRMATO, SOLO TWEET E FACEBOOK

L’Espresso  pubblica un’inchiesta sulla decisione del governo Conte di chiudere i porti italiani alle navi delle Ong che soccorrono i migranti nel Mediterraneo. Ha ricostruito le mosse del governo italiano dal 10 giugno, il giorno in cui il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha pubblicato una sua foto con l’hashtag #Chiudiamoiporti, fino al 29 dello stesso mese, quando il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha annunciato di avere disposto «il divieto di attracco nei porti italiani per la nave Ong Astral, in piena ottemperanza dell’articolo 83 del Codice della Navigazione» (l’articolo 83 permette al ministro dei Trasporti di limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale italiani per motivi di ordine pubblico, tra gli altri). Toninelli si riferiva a un episodio particolare, cioè la richiesta della nave Astral di attraccare in Italia per poter fare rifornimento, senza che in quel momento a bordo ci fossero migranti.

L’inchiesta dell’Espresso mostra come il governo abbia solo “annunciato” la chiusura dei porti alle ong, per lo più tramite tweet e video su Facebook, ma non l’abbia mai ufficialmente decisa e approvata: nonostante le molte richieste ricevute, infatti, il ministero dei Trasporti non è stato in grado di mettere a disposizione dei giornalisti il decreto che sostiene di avere approvato. “Toninelli ha mentito”, conclude l’Espresso.
Giacca scura. Sguardo tenebroso. Non è più tempo di slogan, ma di azione. È il 10 giugno, una foto di Matteo Salvini sta per fare il giro del mondo. “#Chiudiamoiporti” è l’hashtag. Ma in uno stato democratico non basta un tweet per un’azione così dura, la prima in tutta Europa pensata per fermare i migranti e chi li salva dal mare. Serve un decreto, come recita il codice della navigazione. Per il neoministro dell’Interno Salvini è fondamentale l’appoggio del collega del M5s, Danilo Toninelli, titolare delle Infrastrutture e dei Trasporti, che ha la competenza sui porti. E in una prima fase i due ministri sembrano parlare con una voce sola: diramano note congiunte, intimano a Malta di aprire i suoi porti e “non voltarsi dall’altra parte”, minacciano il sequestro delle imbarcazioni delle Ong che si avvicinano ai porti italiani.
In realtà non c’è un solo atto formale, un solo decreto. La strategia del governo gialloverde viaggia su canali esclusivamente orali fino al 29 giugno, quando ad avvicinarsi alle acque italiane sono le imbarcazioni Open Arms e Astral della Ong spagnola Proactiva. Salvini insiste: quelle navi devono vedere l’Italia soltanto “in cartolina”, e annuncia la chiusura dei porti anche per gli scali tecnici e i rifornimenti.
Ma è il ministro pentastellato a imprimere un salto di qualità all’esecutivo: Toninelli rende noto con un comunicato di aver disposto, “in ragione della nota formale che giunge dal Ministero dell’Interno e adduce motivi di ordine pubblico, il divieto di attracco nei porti italiani per la nave Ong Open Arms, in piena ottemperanza dell’articolo 83 del Codice della navigazione”. Il primo provvedimento formale del governo sui porti, così lo descrivono i giornali. Ma in quelle ore, e nei giorni successivi, il decreto non si trova. Non l’hanno visto i marinai e i legali di Open Arms, a cui quell’atto dovrebbe essere notificato. Non riescono a recuperarlo i giornalisti, nonostante le rassicurazioni continue del portavoce del ministro Toninelli. Quel documento non c’è. L’Espresso è in grado di rivelare che in quelle ore concitate, in cui le uniche imbarcazioni di Ong nel Mediterraneo in grado di raggiungere la zona di ricerca e soccorso libica erano quelle di Proactiva Open Arms, il ministro Toninelli ha mentito. Il decreto non è mai stato firmato.
La conferma arriva il 23 luglio scorso dal Comando generale delle Capitanerie di porto, in risposta a una richiesta di accesso agli atti di Open Arms: “Non risulta che sia stato adottato, nel caso indicato, alcun provvedimento ministeriale ai sensi dell’articolo 83 del Codice della navigazione” precisa il capo del terzo reparto, contrammiraglio Sergio Liardo. Nessun problema di ordine pubblico. Nessun decreto del ministro. La Guardia costiera italiana esclude anche che sia stato firmato qualsiasi altro provvedimento di interdizione “del mare o degli ambiti portuali” nei confronti di navi della Ong Proactiva. Contattato dall’Espresso, il ministro Toninelli non ha voluto commentare. Fonti del Mit sostengono che “il provvedimento è decaduto immediatamente, dato che poco dopo la Open Arms prese a bordo una sessantina di migranti, e l’atto non poteva più reggere essendo valido per l’assetto della nave con a bordo il solo equipaggio. Il decreto in realtà era in formazione, perché era appena arrivata la nota del Viminale”.

Non si tratta solo di una questione formale. Il 28 giugno le due imbarcazioni Astral e Open Arms sono rimaste le uniche navi di Ong attrezzate per la ricerca e il soccorso in mare in grado di operare davanti alla Libia. Sono partite da Valencia e, dopo giorni di navigazione, avanzano la richiesta di uno scalo tecnico: la nave più grande ha bisogno di un cambio di equipaggio, di viveri, di fare rifornimento. Dopo aver incassato il diniego di Malta, il capitano della Open Arms, Marco Martínez Esteban, gira la richiesta di attracco alla Capitaneria di porto di Pozzallo, in Sicilia. Comincia uno scambio di email tra la nave spagnola e la capitaneria italiana, con richiesta di una serie di informazioni da parte dell’autorità portuale sul motivo della scelta di Pozzallo in luogo di La Valletta, sulla quantità di carburante necessario e l’autonomia residua dell’unità navale.

Intanto dal Viminale parte una nota urgentissima a firma del capo di Gabinetto, Matteo Piantedosi, indirizzata al ministro dei Trasporti Toninelli: “Non si possono escludere riflessi sull’ordine pubblico derivanti dall’accoglimento dell’istanza” di accesso al porto presentata dalla Ong, scrive il dicastero di Salvini. Non solo: per gli Interni non c’è “alcuna situazione emergenziale” nelle richieste avanzate da Open Arms, che nel frattempo rinuncia ad attraccare nel porto di Pozzallo e con il carburante al minimo continua a muoversi in acque internazionali, dirigendosi verso la zona search and rescue antistante la Libia. Il resto è cronaca.

Quel giorno, in un naufragio, secondo l’Unhcr muoiono più di cento persone nelle acque libiche, tra cui tre bambini. Gran parte dei corpi rimangono in mare. Verso le 9 del mattino del 29 giugno l’equipaggio della Open Arms aveva intercettato una comunicazione sul canale 16 relativa a un barcone in pericolo nella zona di Al-Khums, vicino alla costa di Tripoli, a 80 miglia nautiche dalla nave. Ma la Open Arms non poteva raggiungerlo facilmente: “È molto lontano e hanno avvisato i libici. Noi siamo con il diesel al minimo – ha raccontato il comandante di Open Arms al quotidiano spagnolo El Diario – non siamo in grado di accelerare per arrivare in tempo”.

Roma non lancia l’allarme tanto che, alla fine, l’allerta ufficiale sul natante da soccorrere la diramerà La Valletta. Ma nonostante l’offerta di supporto da parte della Ong, quel giorno “l’intervento della nave Open Arms non viene accordato dalle autorità italiane – ricorda la Ong Proactiva – che non rispondono positivamente alle nostre chiamate”. In serata, mentre comincia a circolare la notizia di un naufragio con cento dispersi, arriva la nota di Toninelli che nega ufficialmente l’approdo in porto alla Open Arms. In un primo momento il ministro sbaglia persino imbarcazione, sostenendo di aver “disposto il divieto per la nave Ong Astral”. Due ore dopo la rettifica: “La nave a cui si riferisce il provvedimento è la Open Arms e non la Astral. Entrambe fanno capo alla Ong Proactiva Open Arms”. Ma non esiste nessun provvedimento.

“È stato un tentativo di far desistere le Ong e le strutture che avrebbero potuto fare i salvataggi in mare, una sorta di messaggio all’Europa e al mondo – illustra l’avvocato di Open Arms, Rosa Emanuela Lo Faro – perpetrato via social network, senza ricorrere ad atti formali. Si è trattato quindi sicuramente un modus operandi anomalo, perché l’azione di un governo deve esplicarsi attraverso la formazione di atti amministrativi e non via Twitter. Una cosa comunque la possiamo dire con certezza: se la nave di una Ong volesse entrare in un porto italiano oggi potrebbe farlo, perché non è mai stato chiuso nessun porto: i porti italiani sono aperti. Sono stati chiusi solo a parole”.

Come nel caso della Aquarius e della Lifeline, la linea dura del governo ha funzionato ancora una volta senza far ricorso a troppe carte bollate: a Salvini sono bastati dei tweet, qualche post su Facebook e un intervento alla radio; a Toninelli l’annuncio di un decreto mai firmato. Per riuscire a mettere in discussione princìpi scolpiti, prima che nelle leggi, in più di duemila anni di storia del Mediterraneo.




PREOCCUPAZIONI PER IL RETTORE 5 STELLE DI PARMA

borghi-pizzarotti-matteoderricoGuai in vista per il Magnifico rettore dell’università di Parma, Loris Borghi, in carica da due anni. Un esposto mandato ai Nas dei carabinieri e poi girato alla Guardia di finanza contesta a Borghi la nomina della convivente Tiziana Meschi alla guida di due strutture create tra il febbraio e l’aprile del 2014: l’unità operativa complessa di medicina interna e lungodegenza critica e il dipartimento geriatrico-riabilitativo dell’Azienda ospedaliera universitaria di Parma.

Gli incarichi sono stati assegnati dall’allora direttore dell’azienda ospedaliera universitaria Leonida Grisendi, d’intesa con il rettore. Su disposizione della Procura della repubblica la finanza sta anche indagando per abuso d’ufficio sul concorso che ha consentito a Meschi, entrata in università come ricercatrice nel novembre 2000, di passare da ricercatore a professore associato di medicina interna. La procedura è stata bandita dal rettore Borghi nel giugno del 2014, dopo che Meschi aveva ricevuto gli incarichi per l’unità operativa complessa e per il dipartimento assistenziale integrato (Dai).

Oltre alla Procura della repubblica, una relazione sulla vicenda è stata girata all’Anac, l’autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone. Nonostante il materiale raccolto dagli investigatori, i due interessati smentiscono la convivenza. «È un attacco politico», dice Borghi. «I miei rapporti con la professoressa Meschi sono di stima reciproca e di frequentazione professionale assidua. È stata una delle mie allievie il direttore generale mi ha proposto di riorganizzare i dipartimenti e io ho suggerito di ridurli da 11 a 5. La cosa ha suscitato numerose proteste. Sono stato eletto rettore nel 2013 quando ero responsabile dell’unità di lungodegenza critica. Quando sono entrato in servizio, in novembre, ho ritenuto necessario lasciare la direzione della struttura. Meschi lavorava fin dall’inizio nella struttura. Aveva fatto un percorso adeguato e ho proposto il suo nome».

«Certo che sono in rapporti col rettore», commenta Meschi. «Lo conosco da 30 anni e non ricordo un giorno in cui non l’ho visto. Ma si tratta di rapporti esclusivamente professionali».Va ricordato che nel codice di comportamento dei dipendenti pubblici emanato nell’aprile del 2013, si prevedono norme restrittive sul conflitto di interessi e si vieta ai dipendenti pubblici di “partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possano coinvolgere interessi propri, ovvero dei suoi parenti, affini entro il secondo grado, del coniuge o di conviventi, oppure di persone con le quali abbia rapporti di frequentazione abituale”. Gli stessi principi sono stati recepiti dal piano triennale anticorruzione 2015-2017 applicato dal rettore all’ateneo parmense e all’azienda sanitaria ospedaliera. Borghi, nato il 15 febbraio 1949, è diventato ordinario nel 2000, sul finire del rettorato del costituzionalista Nicola Occhiocupo, passato all’Antitrust. La politica lo ha sempre attirato fin da quando, da giovane iscritto al Pci, è stato consigliere comunale per dieci anni (1970-1980) di Castelnuovo Monti, comune di 10 mila abitanti in provincia di Reggio Emilia.

Grazie alla sua capacità, nel 2005 Borghi viene eletto preside della Facoltà di Medicina. Passano altri due anni e tenta la via del rettorato contro Gino Ferretti, che occupa la carica da sette anni. Ferretti ha la meglio e resterà in carica fino al 2013 quando non è più eleggibile. Borghi riesce a ripresentarsi per il rotto della cuffia. Solo pochi mesi lo rendono candidabile prima che scatti il limite pensionistico, proiettato sul termine dei sei anni. Questa volta vince. È l’11 giugno 2013. L’insediamento ufficiale avviene circa cinque mesi dopo, il primo novembre.

Politicamente ha il sostegno dell’ala più istituzionale del Pd, quella travolta alle elezioni comunali del 2012.
Ma Borghi si dichiara in buoni rapporti anche con il vincitore di quel voto, il sindaco grillino Federico Pizzarotti, che negli anni è diventato sempre più eretico rispetto ai Cinque stelle e sempre più sostenuto proprio dai democrat. Dall’università Pizzarotti ha ingaggiato l’assessore al bilancio Marco Ferretti, che è entrato in giunta a luglio del 2013. «Qui a Parma è già iniziata la campagna elettorale», aggiunge Borghi. «Vengo attaccato perché mi considerano vicino al sindaco del M5S. Ma io ho solo voluto aiutare la città, non una parte politica».
Appena dopo l’elezione il neo Magnifico mette subito mano alla riorganizzazione della facoltà di medicina utilizzando i poteri molto ampi che la riforma Gelmini ha dato ai rettori.

Ed è così che nel giro di pochi mesi Meschi diventa una delle figure di punta dell’azienda ospedaliera, a rischio di creare qualche malumore. L’ascesa della ricercatrice, nata nel 1960, non è l’unico motivo di critica all’operato del rettore. La fronda interna ai dipartimenti sottolinea i metodi spicci di Borghi, il cui braccio destro è il prorettore con delega all’edilizia Carlo Quintelli, architetto autore del “mostro di via Kennedy”, come a Parma chiamano il cubo di cemento color senape costruito nel popolare quartiere dell’Oltretorrente a ridosso dell’Ospedale vecchio e destinato a ospitare le nuove aule della facoltà di economia.

Al pugno di ferro nella gestione interna si unisce una grande attività di tipo social, dalle lauree honoris causa assegnate al regista parmense Bernardo Bertolucci e all’imprenditore torinese Giovanni Ferrero, presente il ministro dell’istruzione Stefania Giannini, alla lectio magistralis dell’ex sottosegretario berlusconiano Mario Pescante o di Luca Barilla, esponente di spicco dell’industria locale. L’affare Borghi-Meschi arriva pochi giorni dopo l’inchiesta della procura parmense, anche questa per abuso d’ufficio, sulle nomine al Teatro Regio. Il catalogo della mala amministrazione nella città di Maria Luigia d’Austria, già piuttosto corposo, non smette di allungarsi.

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Fonte: l’Espresso



M5S, LE REGOLE PER LE CANDIDATURE REGIONALI NON ESCLUDONO GLI INDAGATI PER MAFIA


Il Movimento 5 Stelle, unica grande formazione politica non toccata dallo scandalo Mafia Capitale, si prepara alle elezioni regionali. Ma dal regolamento per le auto candidature scompare la richiesta di non essere indagati o condannati in primo grado. E tra gli esponenti c’è chi lancia l’allarme.


“Fuori la mafia dalle istituzioni”: è questo il motto a cinque stelle degli ultimi giorni. Eppure la mafia rischiano, loro malgrado, di farla entrare dalla finestra e proprio all’interno del Movimento, unica grande formazione politica che non è stata coinvolta nello scandalo Mafia Capitale.

Il blog di Beppe Grillo ha pubblicato infatti i criteri per le candidature ai consigli regionali e, a sorpresa, ha lasciato aperto il varco ai condannati in primo grado per reati gravi, così come agli inquisiti per mafia. Sono stati infatti esclusi solo coloro che hanno “condanne penali definitive” o che sono “inquisiti per reati contro la pubblica amministrazione”.

Come funzionano le regionalie.Le auto candidature alle “regionalie” per Campania, Marche, Liguria, Toscana, Puglia e Umbria si sono aperte ufficialmente il 9 dicembre: nonostante i dissapori fra le due anime del Movimento 5 Stelle, l’attività di reclutamento in vista della prossima tornata elettorale non si ferma.

La votazione sarà a doppio turno – la prima su base provinciale per la selezione dei consiglieri, a seguire la scelta del candidato alla presidenza della Regione – e rigorosamente riservata agli iscritti alla piattaforma della Casaleggio Associati. Lo annuncia proprio sul suo blog Beppe Grillo, che precisa i requisiti: “Le autocandidature di residenti in queste regioni iscritti al MoVimento 5 Stelle entro il 30 giugno 2014” che dovranno pervenire entro mezzogiorno del 12 dicembre, varranno esclusivamente per coloro “che non si siano dimessi da un incarico da eletto o abbiano già eseguito due mandati, senza condanne penali definitive, non inquisiti per reati contro la pubblica amministrazione, e che non abbiano corso contro una lista del MoVimento 5 Stelle. Tutti i candidati dovranno presentare il proprio CV online per poter essere valutati e votati entro domenica 14 dicembre”.

Fin qui tutto normale: necessaria appartenenza certificata al Movimento e poche ma precise regole decise dal blog, tra cui la fedina penale limpida. O quasi: a guardar meglio, ci si accorge che proprio questo caposaldo grillino sembra venire meno. Le maglie larghe dei criteri di selezione, infatti, aprono il varco a chiunque sia “inquisito” (termine generico probabilmente da intendersi come indagato) o addirittura condannato in primo grado per qualsivoglia reato purché esuli da illeciti commessi contro la pubblica amministrazione. Quindi, stando a quanto riportato sul blog , anche chi fosse indagato o addirittura condannato in primo grado per associazione mafiosa avrebbe la possibilità di candidarsi e passare le selezioni.

Una leggerezza che potrebbe costare molto all’immacolato pedigree dei 5 stelle, soprattutto in un momento in cui a Roma, a seguito dell’inchiesta Mafia Capitale, impazza uno degli attacchi più feroci dei grillini contro la corruzione all’interno di partiti e istituzioni.

I criteri ricalcano quelli già utilizzati (per la prima volta) in Veneto, ma non in Calabria o in Emilia-Romagna, né in Europa. Criteri che a questo punto sembrerebbero variare di volta in volta. Tanto che l’aggiunta del requisito di “non inquisito” durante le ultime regionalie aveva letteralmente spaccato il Movimento emiliano-romagnolo, a causa dell’esclusione dalle candidature del consigliere regionale Andrea Defranceschi . Sostenuto dal territorio e dalla maggior parte degli eletti, risultava però indagato in quanto capogruppo nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Bologna sulle spese dei gruppi consiliari. A causa di criteri “calati dall’alto” e “non condivisi con una votazione dalla rete”, alcuni dei parlamentari e consiglieri comunali della regione annunciarono perfino l’astensione dalla campagna elettorale.

Tra questi, la deputata riminese Giulia Sarti, che infatti oggi torna sul punto: “Il problema vero è che non si possono scrivere regole in maniera così frettolosa e approssimativa, anche se l’esclusione dei condannati per reati gravi sicuramente è sottintesa”.

Però il problema resta e la Sarti, facente parte della commissione giustizia e antimafia, ha ben presente la delicatezza della questione. C’è il rischio che vi ritroviate candidati condannati per mafia, onorevole?
“Il rischio c’è – ammette – perché le regole sono state scritte male. Sicuramente non è intenzionale: si tratta semplicemente di leggerezza, e sono certa che in ogni caso nessuno dei nostri gruppi locali ne’ lo staff di Milano permetterebbe mai a un condannato in primo grado per reati gravi di potersi candidare – ci tiene a sottolineare – ma ci sarà bisogno di un controllo stringente e auspico che questa lacuna venga colmata il prima possibile”.

Il fatto è, prosegue, che “dobbiamo renderci conto che non siamo più un Movimento di poche persone, stiamo crescendo sempre di più e i nostri territori hanno bisogno di certezze, non di approssimazione”.
In sostanza, ormai i cittadini a 5 stelle non si conoscono più fra loro e i principi condivisi non bastano più a dettar legge – come per altro sembrerebbe confermare l’inasprimento del controllo da parte dei vertici.

Esclude tuttavia senza ombra di dubbio la possibilità di infiltrazioni Jacopo Berti, candidato governatore M5s per la regione Veneto, che spiega: “mi sono occupato io di raccogliere casellario giudiziale e certificato dei carichi pendenti di ciascun candidato. Per quanto ci riguarda, il buon senso viene prima del blog”. Fra i candidati consiglieri già passati dalle griglie delle regionalie venete del mese scorso quindi, nessun dubbio: “al di là di quello che è scritto o non scritto, l’importante è che sei pulito, sennò: cartellino rosso”. E come si spiega allora quella specifica? “Non so dirlo…io non me ne ero nemmeno accorto – ammette – Sarà un refuso”.

Invece è un paradosso: una specifica – “in via definitiva” – che anziché raffinare ancor più la selezione, apre il varco a una macro contraddizione. Non è un problema da poco. Anche perché apre la strada a possibili ricorsi.

“Ci si è preoccupati di escludere gli indagati per reati contro la pubblica amministrazione – conclude Giulia Sarti – lasciando invece campo aperto a condannati in primo grado per qualsiasi reato, anche grave. Queste sono leggerezze che non possiamo permetterci”.

E per il campano Luigi Di Maiotutto a posto? Ormai leader investito del M5s alla testa del direttorio, Di Maio interpellato dall’Espresso sui fatti soprattutto in quanto proveniente da una delle regioni interessate, ha preferito non rispondere.

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Ilaria Giupponi per l’Espresso