QUANDO LA LEGA ERA CONTRO LA TAV

C’era un volta la Lega nord contro l’Alta velocità in Val Susa. Accadeva alla fine degli anni Novanta ed è durata, tra continue giravolte, fino alla fine del 2005. Erano i tempi del Carroccio di Roberto Cota, all’epoca segretario regionale piemontese, e Mario Borghezio, già europarlamentare, che partecipavano alle manifestazioni dei valsusini No Tav, parlando con gli abitanti della zona, con la speranza di cogliere quel voto dei territori che è sempre stato caro al leader Umberto Bossi.

Era la Lega Nord di lotta e (poco) di governo, che pensava all’autonomia e alle comunità locali, critica verso le imposizioni europee o di Roma ladrona. Ancora adesso, tra i valligiani, circolano i volantini e gli adesivi – raccontava nel 2011 un articolo di Lettera 43 – con un verdissimo Alberto da Giussano e al fianco la scritta No Tav. Ma c’è anche una documentazione molto precisa delle segreterie leghiste, che racconta di come il movimento di Pontida, nel 2001, appena salito al governo, abbia deciso di cambiare atteggiamento all’improvviso su questa vicenda, «mollando» i contestatori della Val Susa.
Tutto questo nel 2011 era terminato. Dopo gli scontri di Chimonte di lunedì 27 giugno, tra attivisti contrari al Corridoio 5 e forze dell’ordine, dal Carroccio si è levato un coro univoco. «Le forze dell’ordine hanno operato in modo eccezionale in un clima ad alto rischio. Senza il loro intervento avremmo perso i finanziamenti europei», disse l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il giorno dopo, martedì 28 giugno 2011.
«L’Alta velocità ha sempre rappresentato un progetto irrinunciabile», «a questo punto ci costerebbe di più tornare indietro che andare avanti», rincalzò Roberto Cota, governatore del Piemonte, sottolineando che gli «antagonisti» dell’opera erano ormai «isolati». «Evidentemente», ha spiegava Cota, «anche i più machiavellici debbono aver compreso che appoggiare o mostrare connivenza con i violenti è, a maggior ragione, una strada senza uscita».
All’inizio degli anni 2000, Dario Catti, allora segretario leghista della sezione di Almese, inviò ripetutamente lettere al quotidiano di partito, la Padania per l’appunto. Era il 2002 e Catti, che sfilava insieme al leader del No Tav, dell’epoca, Alberto Perino e votava Beppe Grillo, si lamentava con il direttore Gigi Moncalvo di come la Lega nord avesse abbandonato le posizioni degli anni Novanta per appoggiare in toto il progetto dell’alta velocità.
La questione creò non pochi disagi dentro il partito. Bossi era appena tornato a palazzo Chigi insieme al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi tanto che, il 16 ottobre del 2002, il segretario provinciale leghista Mario Demichela fu costretto a diramare un documento dove si leggeva: «In nessun caso saranno ulteriormente condivise le posizioni contro il progetto Tav assunte da esponenti leghisti o, peggio ancora, l’appoggio alle organizzazioni di sinistra che operano esclusivamente contro l’attuale governo».
In sostanza, l’incanto per la Tav iniziava a scemare nella sede di via Bellerio. Del resto, c’erano da difendere le politiche del governo Berlusconi e quelle del ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi. Ma alla fine del 2005, quando il Carroccio si godeva gli ultimi sgoccioli di esecutivo tra le solite liti intestine al centrodestra, la situazione cambiò.
Sulla Padania il 7, 8 e 9, fino all’11 dicembre del 2005, comparvero editoriali e interviste dove i leghisti facevano a pezzetti il progetto. Certo, c’erano anche posizioni favorevoli, tra cui si segnala quella di Roberto Castelli, ma Mario Borghezio, lo stesso Roberto Cota e anche Maroni mostrarono più di un dubbio. In quel periodo stavano cominciando i primi scavi in valle e gli scontri erano all’ordine del giorno, proprio come sta accadendo adesso.
Il 7 dicembre 2005 la Padania sparò a tutta pagina un’intervista a Maroni, all’epoca ministro del Welfare. «Non sono i no global. La protesta della Val Susa non va ignorata, bisogna comprendere le ragioni della gente».
E pensare che tra le domande di quella intervista ce n’era un’altra che ora sarebbe impensabile per il ministro dell’Interno. Giacomo Ambrosetti fece notare: «Anche la Lega, in passato, è stata oggetto di cariche da parte della polizia». E Maroni rispose. «Appunto. E io so che quando c’è una rivendicazione sensata non si può mandare la polizia e basta».
L’11 dicembre di quell’anno Gilberto Oneto, allora teorico del movimento leghista, in un editoriale sul quotidiano padano dal titolo ‘Più rispetto per le autonomie locali’, si domandò: «Perché il vantaggio di molti o di pochi (e qui è di pochissimi) deve essere raggiunto a danno di altri ? Perché non si ragiona con chi è coinvolto? In Val Susa no. Ma evidentemente nemmeno in molti altri casi».
Infine, la ciliegina sulla torta fu di Cota che, l’8 dicembre del 2005, cominciò così un suo commento: «Due pesi e due misure. Se a protestare è la gente del Nord, prima o dopo arriva il manganello, se invece i tumulti avvengono al Sud, i metodi per un ritorno all’ordine si fanno decisamente più leggeri e sfumati». Due pesi e due misure, proprio come la Lega di lotta e quella di governo.



LA GUIDA TV DI SALVINI E L’AGENDA DELLA KYENGE

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di Francesco Oggiano per VANIT YFAIR

Mai giudicare un uomo dalla sua agenda. Spesso potrebbe apparire un vanesio, alla peggio un fannullone. Chi si sognerebbe di definire tale Matteo Salvini? Eppure, se il popolo leghista si fosse basato soltanto sulla sua agenda, lo avrebbe cacciato con i forconi da mesi.

LA POLEMICA CON LA KYENGE
Il segretario della Lega Nord difende a spada tratta l’iniziativa del quotidiano
La Padania di pubblicare ogni giorno gli appuntamenti del ministro più avversato dalla Lega, Cecile Kyenge. Di fronte alle accuse di dossieraggio, Salvini ha spiegato come in effetti tutti gli appuntamenti siano pubblici e pubblicati dallo stesso ministero dell’Integrazione sul suo sito. Nulla di segreto, insomma, soltanto un nuovo servizio da offrire ai lettori della Padania, «che sono curiosi e vogliono andare ad ascoltare»: «Il ministro è un uomo pubblico, pagato con i soldi pubblici. È giusto che i cittadini che le pagano lo stipendio sappiano come spende i loro soldi».

E L’AGENDA DI SALVINI?
Sacrosanto. Peccato che l’agenda non sempre rispecchi l’intera attività di un politico. Prendiamo Salvini. Dal «posto riservato ai milanesi in metro» al «calcio in c..o da dare ai giornalisti infami» i suoi eccessi sono arcinoti. Ma il suo radicamento nel territorio, la sua passione alla politica e dedizione alla cosa pubblica gli vengono riconosciuti non solo dagli elettori ma anche dagli avversari più ostili. Ma la pubblicazione della sua agenda farebbe felici i cittadini, anche padani, che gli pagano lo stipendio? VanityFair.it ha analizzato e confrontato le agende presenti sul sito del Ministro Kyenge e su quello di Matteo Salvini. Il paragone, fatto per gioco inseguendo la logica salviniana, farebbe impallidire anche un celtico di Pontida.

GLI IMPEGNI DELLA KYENGE
Dal primo novembre a oggi, sull’agenda del Ministro sono annotati 65 appuntamenti. Di questi, quasi la metà sono impegni connessi all’attività di Ministro: 19 incontri istituzionali, 6 incontri diplomatici e 5 connessi all’attività di Governo. I restanti 35 impegni sono di carattere divulgativo: convegni, conferenze o tavole rotonde. Quasi tutte sono legate al tema dell’immigrazione: convegno su «Lavoro e cittadinanza», presentazione del «Rapporto Unar sull’immigrazione», conferenze sui «Romeni in Italia», simposio sull’«Economia solidale in Africa» e così via.

LA «GUIDA TV» DI SALVINI
E adesso prendiamo l’agenda di Salvini. Più che un agenda sembra una guida Tv. Da inizio novembre a oggi lo staff dell’europarlamentare ha annotato, e diffuso su Twitter, oltre 80 appuntamenti. Peccato che oltre la metà (48 impegni) siano ospitate in talk show televisivi (43) o programmi radiofonici (5). Tra un profluvio di «Trasmissione Tv» e «Trasmissione Radio», trovano spazio 29 impegni con i cittadini (conferenze, manifestazioni, presìdi) e 3 feste della Lega. Stando alla foltezza delle agende, il leghista si è sbivaccato per tutto il periodo natalizio dal 23 dicembre all’8 gennaio, trovando il tempo soltanto per la «Berghem Frecc», la festa della Lega Nord di Albino (Bergamo).

4 TALK IN 4 ORE
Per il resto, stando soltanto alle informazioni fornite dalle agende (quindi insufficienti), pare che il segretario della Lega dura e pura non faccia altro che sedersi sulle poltrone di «Omnibus» o «Agorà», senza disdegnare un passaggio nelle locali 7 Gold e Telelombardia. Il 9 dicembre scorso è riuscito nell’impresa record di dividersi in quattro talk show, in quattro tv diverse, nel giro di quattro ore: «Agorà» su Raitre alle 9, «Coffee Break» su La7 alle 9 e 45, Antenna Tre alle 12 e Telelombardia alle 13. E gli impegni politici? Rinviati. Tanto quel giorno, a Strasburgo, il Parlamento europeo di cui Salvini fa parte discuteva un tema non fondamentale per l’agenda del segretario: «Strategie di inclusione dei rom».

mader