FEDERICO PIZZAROTTI SE NE INFISCHIA DI GRILLO, SI INCONTRA CON I SINDACI E SCRIVE A RENZI

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L’amministratore e l’attivista. Ecco le due facce sfumatissime di Federico Pizzarotti. Prima la connessione emotiva con una lettera indirizzata al premier Matteo Renzi e subito dopo la contestata adunata degli aspiranti sindaci che sognano di duplicare il modello Parma. Un meeting che vedrà sfilare a Parma oltre 200 attivisti, arrivati da tutta Italia (da Bari alla Sardegna, passando per Sesto Fiorentino) solo per questa giornata di lezioni full immersion.

Ma prima di salire in cattedra come professore della rivoluzione lenta Fede ha preso carta e penna e ha scritto a Matteo. Da sindaco a (ex) sindaco. “Caro Matteo”, inizia così la lettera che Pizzarotti ha spedito al premier. Tono informale, incipit gagliardo e ammiccante che fuoriesce volutamente dal tono istituzionale che ci si aspetta da una missiva destinata al Governo. Il pretesto è adempiere alle richieste di Palazzo Chigi, e indicare all’esecutivo quale scuola ha bisogno di essere ristrutturata. Lo aveva chiesto Renzi quando si era insediato a Roma, aveva pregato di fargli arrivare sul tavolo le priorità che loro, i sindaci, conoscono e che a causa del patto di stabilità spesso frenano. Così Pizzarotti non ne ha scelta una di scuola, ma tre. Sì, perché qui a Parma tenteranno il colpaccio: ovvero ristrutturarne tre al prezzo di una. Una capriola virtuosa che vuole lanciare un messaggio chiaro a Renzi: noi, a Parma, sull’edilizia scolastica stiamo sul pezzo.

Eppure si assomigliano i due. Almeno nelle critiche. Ci scherza su lo stesso Pizzarotti: “Ho visto che anche la nuova squadra di governo sta attirando le critiche che facevano a noi: l’età, l’inesperienza… La similitudine se c’è è il fatto solo di essere sindaci. L’intervento sulle scuole è utile. Le scuole sono una priorità per chi le vuole vedere come tali. A Roma spesso vanno persone che non hanno mai amministrato e certe sensibilità ce le hai se vedi tutti i giorni i problemi del territorio. E capisco perché il premier, da sindaco, ha tirato fuori le scuole”. L’inesperienza come vanto, le accuse di vacuità e superficialità. Gli echi che rimbombano a Roma in questi giorni, le critiche, gli allarmi sulle coperture sono molto simili a quelli che si rincorrevano anche qui a Parma i giorni immediatamente successivi alla vittoria grillina, al “salto nel vuoto” come lo stigmatizzava un editoriale cittadino.

Ma Roma è lontana ed è meglio così per il sindaco pentastellato: “con tutte le cose a cui dobbiamo pensare qui a Parma… mi chiedete continuamente delle espulsioni ma io mi sono già espresso”. Peccato che l’attualità politica però non lasci tregua alle polemiche e ai feriti che sta mietendo sul campo il movimento. Una su tutte: le dimissioni di Maria Mussini, preziosa senatrice reggiana che anche solo per contiguità territoriale è stata ed è tuttora molto legata agli attivisti di Parma, visto che la città ducale non è riuscita a esprimere nessun parlamentare. E’ lei che si è fatta carico di portare molte delle istanze parmigiane a Roma, come la battaglia contro l’inceneritore che a livello locale non ha prodotto i risultati sperati. I contatti personali rimangono ma più di un esponente del movimento 5 stelle di Parma fa notare con amarezza che “un conto sono le battaglie fatte all’interno di un gruppo, un conto quelle fatte da esterni”.

Ora che sta per sbarcare l’esercito di candidati sindaco ci sarà un altro motivo per accendere i fari su Parma e su Pizzarotti. Andrà in scena il chiacchieratissimo meeting, quello senza il bollino di qualità dello staff che ha scatenato il botta e risposta velenoso tra Pizzarotti e Grillo. Ma le scomuniche non hanno spaventato perché a Parma arriveranno da tutta Italia oltre 200 aspiranti sindaci 5 stelle. Una giornata di lezioni frontali su cos’è una macrostruttura, cosa fa un direttore generale, le competenze del segretario comunale. L’unico dettaglio che rimane ancora top secret è il luogo.

Nessuno lo ha svelato fino all’ultimo così da tenere alla larga i giornalisti interessati a cibarsi delle polemiche relative alle divisioni interne. Perché non pubblicizzare un’iniziativa che non è nemmeno nuova ma una seconda edizione? “Non vogliamo gli assalti della stampa nazionale” replica il sindaco. E i candidati quale indirizzo digiteranno nel navigatore una volta arrivati a Parma? Boh. Più che un seminario c’è già chi lo chiama il secret party, format in voga in tante città. Una mail è arrivata, infatti, last minute con tutte le coordinate per raggiungere l’evento.

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Stefania Piras per l’Huffington Post




LE RIFORME ORMAI LE FA SOLO LA CORTE COSTITUZIONALE. FINI-GIOVANARDI INCOSTITUZIONALE

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Oggi è arrivato il verdetto della Consulta sulla Legge Fini Giovanardi. La Consulta ha dichiarato illegittima la norma per violazione dell’art. 77 della Costituzione.

L’equiparazione tra droghe leggere e pesanti, infatti, fu varata con un emendamento inserito, in fase di conversione, nel decreto legge sulle Olimpiadi invernali di Torino del 2006. Una norma ideologica, brutta e illogica che ha letteralmente intasato la giustizia e sovraffollato le carceri, inserita quasi di soppiatto in un provvedimento di tutt’altro genere. Dal giorno della sua approvazione sono passati anni, durante i quali il dibattito sulla norma stessa e sui suoi effetti sul sistema giustizia è stato enorme, ma il Parlamento non ha mai trovato il modo di riformarla, neanche sull’onda di alcuni episodi che pure hanno sensibilizzato l’opinione pubblica (mi riferisco innanzitutto a Stefano Cucchi che è stato ammazzato in carcere dove si trovava per il possesso di 21 grammi di hashish).

Ci ha pensato, allora, la Consulta a risolvere il problema. Se ci pensiamo, la storia è molto simile a quella di un’altra norma, il porcellum, della quale per anni si è detto malissimo ma che è rimasta in vigore fino alla decisione della Corte Costituzionale nel dicembre scorso.

E gli esempi possono continuare, qualche giorno fa, ad esempio, abbiamo appreso che un’altra legge contestatissima, la L. 40 sulla procreazione assistita, è tornata ancora una volta al vaglio di legittimità costituzionale, dopo le sentenze della stessa Consulta nel 2009 e della Corte Europea dei Diritti Umani nel 2012.

Viene da dire che le riforme in Italia è in grado di farle solo la Corte Costituzionale. Certo, si tratta in realtà di controriforme, ma è innegabile che l’inerzia del Parlamento su questioni come quelle che ho citato è davvero inqualificabile.

Con questa sentenza il problema della condizione dei detenuti delle carceri, sollevato da Napolitano in molteplici occasioni e per il quale l’Italia rischia una sanzione monstre a partire dal maggio prossimo, trova così una risposta, seppur parziale, da parte della Corte Costituzionale. Tra il primo messaggio di Napolitano e la sentenza di oggi è passato quasi un anno e mezzo. Ci sarebbe stato tutto il tempo per cercare una soluzione in Parlamento o, almeno, per cominciare ad avere un’idea di come affrontare il problema.

Invece sul tema, salvo qualche sporadica dichiarazione di facciata, c’è stato il vuoto totale. Da qualunque punto di vista la si guardi, questa è la dimostrazione plastica dello stallo totale in cui ci troviamo, costretti a chiedere alla Corte Costituzionale di fare le riforme, al TAR Lazio di decidere sul metodo Stamina ed al TAR Piemonte sulle elezioni del Presidente della Regione.

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di Fabio Avallone per Huffingtonpost