BEPPE GRILLO: PERCHÉ SU BERSANI E LETTA SEI STATO ZITTO FINO A ORA?

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C’è una bella domanda che credo aleggi anche nella testa di molti degli elettori grillini, dopo l’intervista di Beppe Grillo, in cui lui dice:

Bersani è stato mandato al massacro dai suoi. E’ caduto nella trappola di non considerarci. Lui non voleva governare con noi che eravamo la prima forza del Paese, la forza nuova del Paese: voleva dei senatori, dei voti per votare lui. E’ stato mandato al massacro sapendo che dicevamo di no perché la campagna politica era “via tutti“. L’hanno fatto per mandarlo al macello. Dietro c’era già Letta e ho le prove. L’ambasciatore di Londra ci ha invitato, a me e a Casaleggio, a pranzo all’ambasciata di Roma. Quando siamo andati lì il pranzo era con noi, lui e Letta. “Letta è sopra che aspetta di mangiare con lei“. Io ho detto “Son venuto per mangiare con lei, non con Letta.” Non ho mangiato con Letta, non ho mangiato con nessuno. Questo succedeva un mese prima di Gargamella.

Enrico Letta ha poi risposto e smentito, ma ai fini della nostra disamina questo non interessa. Un altro è infatti l’interrogativo che ora ci preme.

Beppe Grillo, stando a quanto da lui detto, sapeva da mesi che Bersani era stato in realtà vittima di un complotto di Enrico Letta e chissà chi. Le prove, come lui stesso dice, stanno in quell’incontro (“Dietro c’era già Letta e io ho le prove!”). Almeno lui se ne dice sicuro.

Prima domanda: perché non l’ha detto subito, alla fine della cena, al suo “popolo”? Ai suoi elettori? Forse che, alla maniera della Democrazia Cristiana, ci son cose troppo “difficili” perché il popolo le sappia?

Ma non basta: magari, uno può pensare, Beppe Grillo non aveva ricondotto a un complotto quell’incontro fortuito con Letta. In fondo, non ci ha parlato nemmeno. E allora la domanda numero due: quando Letta è diventato effettivamente Presidente del Consiglio, quando cioé Beppe ha capito tutto, perché ha taciuto?

Perché è stato zitto? Forse che il popolo non doveva saperlo? E perché oggi deve saperlo? Forse che ci sono le Europee a breve? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Maddalena Balacco per Giornalettismo

 




RENZI FA LA TELEVENDITA DELLE RIFORME

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«La svolta buona» è la versione istituzionale e più rassicurante della rottamazione. E incidentalmente anche il titolo del documento che Matteo Renzi presenta al termine del Consiglio dei ministri. È presto per sapere se le colorate slide che il premier mostra orgoglioso siano un libro dei sogni o il più ardito processo di riforme che il nostro Paese abbia mai conosciuto. L’impressione è che stavolta  l’ex sindaco di Firenze abbia deciso di giocarsela fino in fondo. Senza appelli. «Se non si riesce a riformare il bicameralismo perfetto chiudo con la politica» giura. Un po’ comizio elettorale un po’ televendita. Gli impegni sono tanti, davvero. La riduzione delle tasse, la scuola, la casa, il lavoro. «Saranno cento giorni di lotta dura per cambiare pubblica amministrazione, fisco e giustizia», galvanizza gli elettori uno dei titoli del programma. Il contratto con gli italiani da firmare in televisione non c’è, al suo posto un’accattivante brochure pubblicitaria anticipa i prossimi interventi che rivoluzioneranno il Paese.

L’aveva dimostrato durante le primarie del Partito democratico e nei primi interventi in Parlamento. Matteo Renzi è uno dei comunicatori più abili. Oggi lo conferma. Il presidente del Consiglio presenta il suo programma di riforme a Palazzo Chigi, davanti ai giornalisti, ma si rivolge direttamente agli italiani. Esperto nel coinvolgere l’elettorato, se il premier sarà altrettanto capace di concretizzare i tanti annunci l’Italia volterà davvero pagina.

Coraggioso, sicuramente determinato. Renzi assicura dal primo maggio mille euro in più l’anno ai lavoratori dipendenti che guadagnano fino a 1.500 euro al mese. E ancora, «sblocco immediato e totale dei debiti della pubblica amministrazione». In alcuni passaggi la sindrome della macchietta diventa un rischio evidente. Come quello sulle autoblù. Alleggerire il parco auto dei ministeri è sicuramente uno dei provvedimenti più attesi e popolari. Annunciarlo con l’enfasi di una réclame – per quanto il tono volesse essere ironico – rende inevitabile il paragone con i più abili piazzisti televisivi. «Vendesi auto, quasi nuova, colore blu» racconta la slide. Il colpo di genio è nel dettaglio. Le odiate vetture, simbolo più immediato della Casta, saranno dismesse dal 26 marzo al 16 aprile con un’asta online. Particolare superfluo, ai fini dell’obiettivo. Ma in grado di solleticare l’immaginario popolare.

Semplice, chiaro, efficace. «Cari italiani – annuncia Renzi – oggi c’è un governo che vi dice che dal primo di maggio mettiamo 10 miliardi di euro per 10 milioni di persone. A dispetto dei gufi, questa cosa è fattibile. Cari imprenditori, 10 per cento in meno di Irap, 10 per cento in meno di costo dell’energia. Cari italiani ad aprile ci sarà la riforma della P.A., a maggio la riforma del fisco, a giugno la Giustizia». Per chi non avesse colto il senso dell’iniziativa, il presidente del Consiglio ricorre a una sintesi ancora più estrema: «Non si è mai visto un percorso di riforme così significativo».

A scorrere la pagine de «La svolta buona» viene spesso in mente Carosello. «Sprovincializzamoci!» è lo slogan che annuncia la riforma del titolo V della Costituzione. Sarebbe altrettanto efficace per un detersivo. Il carrello pieno di spesa che accompagna la riforma del fisco è di impatto ancora più immediato. Nella lunga serie di interventi c’è di tutto, anche di più. Persino «le riforme di cui non parliamo oggi». Siamo all’annuncio dell’annuncio. «Pronti? Si parte!»: un’altra slide carica gli italiani che assistono allo show in diretta tv. A corredo la fotografia di un centometrista allo start. E se è vero che “la classifica del fare” ricorda troppo da vicino l’omonimo decreto di Enrico Letta, risulta azzeccato l’accostamento di una spada giapponese dove si promettono “100 giorni di lotta durissima” per cambiare l’Italia.

Renzi si gioca molto, rischia. E probabilmente fa bene. Giura di non voler vendere sogni. «Non possiamo cambiare il mondo da domani mattina… ma in Consiglio dei ministri si sono fatti gli atti irreversibili perché dal primo maggio nelle buste paga dei lavoratori sotto i 25 mila euro ci sia un intervento vero». Del resto, in perfetta continuità con Giorgio La Pira, il presidente del Consiglio assicura di non essere entrato in politica per un’ambizione personale. «Faccio politica perché questo è lo strumento per difendere la povera gente». Parla alle persone Matteo Renzi. Nel Partito democratico la pazienza è al limite? «Al limite della sopportazione ci sono i cittadini – spiega lui – verso una classe politica che ha il compito di dare segnali chiari». Il riferimento è alla legge elettorale, che tanti problemi ha creato nel Partito democratico. «Mai più larghe intese, chi vince governa 5 anni» celebra il presidente del Consiglio salutando l’approvazione della riforma a Montecitorio. Parla di «cambio culturale», ma omette di ricordare che il passaggio al Senato sarà ancora più ostico.

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Marco Sarti per Linkiesta




LETTA CHI?

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“La direzione del Pd ringrazia il presidente del Consiglio Letta per il notevole lavoro in un esecutivo di servizio nato in un delicato momento politico economico e sociale e per l’apporto dato a questo impegno, assume Impegno Italia come utile contributo e rileva la necessità e l’urgenza di aprire una fase nuova”.

Enrico Letta si è dovuto arrendere, senza condizioni, alle decisioni del suo partito. Domani andrà da Napolitano.

In una parola LICENZIATO!

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COSÌ ALFANO AMMETTE: NON CONTO NIENTE

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di Matteo Borghi per l’intraprendente

«Chiediamo che tutti i soldi risparmiati con la spending review siano utilizzati per abbattere le tasse sul lavoro». «Chiediamo a chi? Il vicepremier sei tu mica io! Lo chiedi a te stesso quindi? Fallo e basta!».

Quella che abbiamo riportato è una schermaglia a suon di tweet fra Angelino Alfano e Giorgio Cafaro, giovane leva forzista di Milano. Dire chi dei due sia più noto al grande pubblico è superfluo. Così come, però, è inutile sottolineare chi dei due abbia fatto la miglior figura. Già, perché con il suo tweet l’ex eterno delfino di Berlusconi (oggi potrebbe esserlo semmai di Formigoni) si è tirato la zappa sui piedi: ha ammesso – di fatto – la propria inconsistenza politica. Se Alfano conta qualcosa perché non realizza da solo i suoi buoni propositi?

Certo – si dirà – ma Angelino fa pur sempre parte di un governo di larghe intese in cui non può mica decidere tutto lui. Vero. Bisogna notare, però, come il suo Nuovo Centrodestra abbia sull’esecutivo Letta – che si regge ormai su numeri risicatissimi – un potere di ricatto e di veto. Se gli alfaniani (o formigonian-lupiani che siano) votano contro un provvedimento con la fiducia il governo salta e si ritorna a votare. Cosa che spaventa tutti, l’area non renziana del Pd in primis. Quindi perché non usare lo spauracchio della crisi di governo per imporre (altro che sommessamente «chiedere») di ridurre le tasse? Forse perché si ha paura delle elezioni?

Del resto non si può non notare come, appena tre giorni fa, lo stesso Alfano sia stato molto più duro nei confronti di Letta. «Se la sinistra propone il matrimonio gay noi ce ne andiamo a gambe levate» ha detto senza mezzi termini nel corso della presentazione del libro “Moderati” di Quagliariello, Roccella e Sacconi. Angelino facci capire: per il matrimonio gay sei disposto a staccare la spina e per le tasse no? Proprio tu che eri il primo a definirti «sentinella anti-tasse». O forse in quell’occasione volevi solo lisciare il pelo ai sopracitati colleghi cattolici?

Non c’è nulla da fare, caro Alfano, la voce grossa non ti appartiene. Per quella ti conviene semmai affidarti alla tua collega (di partito e governo) Nunzia De Girolamo che ha dimostrato di saper «far capire chi comanda» e tirar fuori gli attributi – figurativamente parlando – quando ce n’è bisogno. Eppure, anche lei, contro le tasse non ha mai ringhiato né fatto ricatti. Sarà proprio una Tari…ehm, volevo dire una tara di partito la vostra.

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APPROVATO IL MILLEPROROGHE, I GRILLINI POSSONO FESTEGGIARE LA FINE DELL’ANNO

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Il Governo approva il decreto “milleproroghe”. Dopo circa un’ora e mezza il Consiglio dei ministri approva il decreto dopo il pasticcio “salva Roma” fermato dal Presidente Napolitano alla vigilia di Natale.

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha dichiarato: “Anche questa vicenda dimostra in modo ancora più evidente come sia essenziale riformare il processo legislativo. E’ uno stimolo in più per fare le riforme nel 2014”.
Quanto ai contenuti del testo, il presidente del Consiglio ha chiarito che “il decreto è costruito con le proroghe essenziali, e accanto a questo si sono prese le norme essenziali del dl Salva Roma che abbiamo deciso di non portare a termine in Parlamento per l’eterogeneità che era venuta fuori”. Tra queste, “la materia fiscale, che ha a che fare col bilancio di Roma, e gli affitti d’oro”, ha spiegato Letta.
Il decreto contiene anche la norma relativa agli affitti di immobili da parte della pubblica amministrazione (si potranno rescindere in tempi brevi). Nel mirino ci sono i costosi locali affittati da alcuni anni dalla camera nei pressi di piazza San Silvestro.

Questione su cui i pentastellati avevano minacciato l’ostruzionismo anche per il giorno di capodanno.

Ora i 5 stellati possono tirare un sospiro di sollievo, non devono restare a Roma per fare ostruzionismo. Come è accaduto alla viglilia di Natale sulla legge di stabilità (concedendo la deroga  alle 24 ore di tempo tra la richiesta di fiducia e il voto per tornare a casa a festeggiare il Natale). Per la fine dell’anno possono fare lo stesso e andare in vacanza a mangiare cotechino e lenticchie.

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