CLAMOROSO. DI PIETRO ASSOLVE CRAXI


«Bettino Craxi si assunse le sue responsabilità e denunciò in eguale misura quelle degli altri, aiutando così la nostra inchiesta. E questo Craxi lo sapeva, non lo fece insomma a sua insaputa, non era un ingenuo. Denunciò il sistema di Tangentopoli nell’aula della Camera e davanti ai giudici del tribunale di Milano. Gli altri invece hanno fatto gli ipocriti e hanno continuato a farsi i ca… loro. Mafia capitale ha fatto emergere con forza il ruolo delle cooperative che anche per conto della sinistra, ex Pci-Pds-Ds, ha messo in piedi un sistema tangentizio molto sofisticato, con modalità innovative e di tipo ingegneristico. Ma quel sistema emergeva già dalla nostra inchiesta».

In questa intervista esclusiva a Lettera43.it, Antonio Di Pietro ribadisce più volte di non aver nulla da rimproverarsi su Bettino Craxi. Ma, sull’onda dello megascandalo di Roma capitale, ammette per la prima volta, la differenza di comportamento tra l’ex premier e leader socialista e quello degli altri partiti «che finora hanno fatto finta di non vedere e non sentire e che ora fanno ipocritamente gli scandalizzati, come se cadessero dalle nuvole» a cominciare dalla sinistra.

DOMANDA. Ma perché allora il Pool di Mani pulite non indagò a sufficienza sulla sinistra e alla fine invece fu Craxi a pagarla per tutti?
RISPOSTA. Non è vero che non indagammo. Intanto, per quanto riguarda i rubli che potevano essere arrivati al Pci, non fu possibile far nulla perché nell’89 ci fu l’amnistia e non fu possibile svolgere alcun accertamento su eventuali reati di finanziamento illecito fino ad allora commessi. E poi nel mirino della nostra inchiesta finirono anche diversi esponenti di primo piano della sinistra milanese, specie quella che all’epoca veniva definita «area migliorista» di cui l’allora parlamentare Giorgio Napolitano era il loro riferimento politico e culturale.
 
D. Ma perché non avete colpito le responsabilità del sistema delle cooperative, venuto prepotentemente alla ribalta con Salvatore Buzzi, capo della ormai famosa Coop ’29 giugno’?
R. Perché allora come ora il rapporto tra il sistema delle cooperative e la sinistra politica italiana è spesso stata di stretta collaborazione e di ingegnosi meccanismi di «sbianchettamento» delle loro relazioni, onde evitare di incorrere in possibili responsabilità penali.
 
D. Intende dire che era sofisticato?
R. Esattamente. Esemplifico quel che avemmo modo di accertare all’epoca dell’inchiesta Mani Pulite: vi era un sistema delle imprese che rispondeva economicamente e periodicamente – ciascuna di esse –  a questo o quel partito (Dc, Psi partiti laici minori), suddividendosi fra loro la quota di tangente da pagare in cambio dell’appalto da loro ricevuto come associazione temporanea d’impresa (Ati) che avevano nel frattempo costituito appositamente per realizzare l’appalto in questione senza mettersi in concorrenza reale fra loro. In tali Ati molto spesso veniva inserita questa o quella Cooperativa, la quale, però non pagava direttamente una quota di tangente al proprio partito di riferimento ma si assumeva l’onere di far fronte alle spese di gestione ed alle campagne elettorali del partito stesso, senza alcun specifico riferimento all’appalto a cui avevano partecipato, eliminando così furbescamente il rischio di poter essere incriminati per corruzione.
Un sistema, insomma, ingegneristico già allora ma che – alla luce di quel che si sta scoprendo ora a Roma – si è ulteriormente ingegnerizzato, addirittura interloquendo con organizzazioni criminali in grado di far valere le loro richieste anche con la forza e la violenza.
 
D. Renzi a proposito della foto che ritrae Salvatore Buzzi a tavola con il ministro Giuliano Poletti ha minimizzato dicendo che non basta un selfie a far diventare tangentaro qualcuno.
R. Renzi è di un’impreparazione e di una superficialità in materia di giustizia che indigna e offende e, sia chiaro, non per la difesa d’ufficio che ha fatto su Poletti ma per tutte le altre castronerie e vanterie a vuoto che finora ha pronuniciato.
 
D. Ha qualcosa da rimproverarsi su Craxi?
R. No, perché tutto quel che ho fatto l’ho fatto in buona fede.
 
D. Lei non era più nel pool della procura di Milano, ma cosa pensa del fatto che gli fu impedito di venirsi a curare in Italia?
R. È vero io non facevo più parte del pool ma non mi risulta che gli fu impedito.
 
D. Sì, ma gli mettevano alle costole i carabinieri…
R. Doveva essere prelevato dai carabinieri all’aeroporto, perché era formalmente un latitante.
 
D. Come faceva ad esserlo se partì con regolare passaporto e tutti sapevano dov’era?
R. Era un ricercato, ma la sua fu una scelta dignitosa che io rispetto.
 
D. Si è pentito di aver detto che era affetto da un foruncolone, quando aveva invece le dita dei piedi tagliate?
R. Quella di Craxi è una storia che dovrà essere ancora scritta e non voglio fare polemiche.
mader
Paola Sacchiper Lettera 43



PIPPO BAUDO CONTRO BEPPE GRILLO

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Pippo Baudo afferma di voler tornare in Rai e ricorda quello che è stato il suo rapporto con Beppe Grillo, costatogli l’allontanamento dalla tv di Stato: “Sono andato via dalla Rai a causa di Grillo per una sua battuta pepata che riguardava i socialisti al tempo di Craxi. Con Mediaset non è andata bene, così come con la Rai: ho dovuto pagare una penale salatissima per sciogliere il contratto”.

 “Beppe Grillo – continua Baudo – è tra i talenti che ho scoperto, ricordo di avergli fatto fare un provino in televisione e di averlo fatto debuttare una settimana dopo. Adesso ha intrapreso questa strada politica, ma secondo me non ha le idee del tutto chiare. Nel dicembre di due anni fa sul palco, in occasione di uno spettacolo per l’alluvione di Genova, ho preferito chiedergli di non parlare di politica. Il suo problema è che deve condividere tutto con Casaleggio, da parte mia spero ritorni semplicemente a fare il comico”.

Alla domanda su un ritorno in Rai, Baudo svela: “Sto studiando per tornare a febbraio con un rotocalco, ma a cachet ridotto, non sono uno dei pluri-compensati di cui tanto si parla. Di sicuro non riesco a stare senza pubblico, mi sento perso senza telecamera, la televisione è una materia che mi porta vita, curiosità, che mi fa studiare e sapere”. E su Sanremo: “Il problema del festival non sono i presentatori: è che i nostri autori non fanno più belle canzoni”.

Baudo parla anche di cinema, e del fenomeno Checco Zalone: “E’ una persona furbissima, oltre che un ottimo pianista, sa inventare anche senza una sceneggiatura, lo apprezzo nel suo non essere assolutamente divo: lui stesso si meraviglia per primo del suo successo. E’ un comico di massa, come ai tempi fu Totò”. Baudo collaborò per Luchino Visconti, chiamato come consulente e correttore di bozze per i dialoghi e i termini siciliani de Il Gattopardo, e ha ricordato anche di aver lavorato molti giorni al doppiaggio: “Con i soldi guadagnati per Il Gattopardo ho potuto comprare la mia prima automobile, una Fiat 500″.

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DA CRISPI A BEPPE GRILLO È IL SESSO CHE COMANDA (CON QUALCHE DÉFAILLANCE)

FRANCESCOCRISPI(Francesco Crispi)

Tutto iniziò con le acrobazie reali con cameriere, attrici, mignotte e sartine di Vittorio Emanuele II. E tutto continua con Beppe Grillo e le sue battute da fumetto porno anni ’70.

di: Luigi Mascheroni per il_Giornale

Tutto iniziò con le acrobazie reali con cameriere, attrici, mignotte e sartine di Vittorio Emanuele II («uno dei più illustri chiavatori contemporanei …)

Il suo budget segnava nella rubrica donne un milione e mezzo all’anno, mentre nella rubrica cibo non più di 600 lire al mese … Possedeva un membro virile così grosso e lungo che squarciava le donne più larghe», lasciò scritto Carlo Dossi nella celebre nota azzurra n. 4595). E tutto continua con Beppe Grillo e le sue battute da fumetto porno anni ’70, fra le quali spicca «La televisione è il punto G, quella che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show».

In mezzo, il resto: il Risorgimento dei «mille e una notte»; lo spionaggio erotico della contessa di Castiglione; El conquistador Giuseppe Garibaldi; il trigamo Francesco Crispi; le alcove ardite di D’Annunzio; l’empito spermatoforico di Mussolini; le ragazze di Salò; l’eros comunista e la doppia morale di Botteghe Oscure (Togliatti sposato con la Montagnana che amoreggiava con l’interprete Elena Lebedeva e poi lasciò tutte per la Iotti); le cinquanta sfumature scudocrociate; il socialismo sessuale di Bettino Craxi; le avventure ruspanti del Bossi, e, ovviamente, più di tutto, più di tutti, le calde notti di Arcore di Berlusconi, sulle quali tanto (troppo?) si è scritto.

Dall’Unità a oggi è il lungo percorso intrapreso da Luca Scarlini in Il sesso al potere (Guanda) per raccontare come nel corso della storia nazionale il sesso sia sempre stato un elemento inscindibile dalle pratiche di governo. Anche se spesso hanno fatto ufficio di moralisti e di censori, «sbandierando il vessillo della decenza e della famiglia», i nostri politici – figli di prìncipi, Papi e notabili che per secoli gestirono gli affari di governo (anche) a letto – hanno sempre manifestato «un’ossessione erotica di dominio»: «il fallo, come elemento di domanda e offerta, trionfa nella storia del potere italico e in specie dal tempo dell’Unità», da Palazzo Carignano, sede del primo Parlamento italiano, già frequentato da amanti, fidanzate e avventuriere, a Palazzo Grazioli, da dove sono passate starlette, olgettine e papi-girl.

Così fan tutte, così fecero tutti, così continuano a fare tutti, spiega Luca Scarlini in un saggio pieno di aneddoti, con qualche dimenticanza (un capitolo su Marrazzo, Sircana e i trans ci stava bene, così come uno sull’harem dell’Avvocato Agnelli, che non era un politico, ma faceva più politica dei ministri), e un chiodo fisso: «l’ossessione fallocratica», che è «la vera base del pensiero politico dello stivale”.

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IL BOTTINO DI BETTINO CRAXI – CIANFRUSAGLIE

bettino craxi

Ieri su un quotidiano è comparso un avviso del Tribunale di Milano in cui viene messa in vendita l’eredità di Craxi: ricordi e oggetti collezionati dall’ex statista sequestrati nel 1997 a Livorno – Autentici «tesori di Craxi» non sono mai stati trovati e lo stesso procuratore D’Ambrosio ammise che Craxi non si arricchì mai personalmente con la politica…

di Filippo Facci

“La storia è un po’ mesta. L’eredità politica di Bettino Craxi se la sono contesa in tanti per due decenni, ma la notizia è che l’eredità economica finirà direttamente all’asta. Su un quotidiano, infatti, è comparso un avviso del Tribunale di Milano in cui l’eredità è messa in vendita per un «prezzo minimo» di 350mila euro: entro mezzogiorno del 30 novembre gli interessati possono farsi vivi presso i curatori (notaio Ajello- Sormani, curatrice Paola Grissini) purché versino una caparra di 35mila euro. Ma di che eredità stiamo parlando?

La storia è un po’ mesta. Bettino Craxi nel 1997 era già esule in Tunisia da tre anni (cioè latitante) e da altrettanti aveva abbandonato la sua casa di via Foppa a Milano. Era già condannato a cinque anni e mezzo per corruzione e ormai era già chiaro a tutti che non sarebbe tornato più. Però, di non avere con sé le sue cose, quelle che aveva collezionato per tutta la vita, gli dispiaceva. Purtroppo, però, il 13 marzo 1997 ci fu una soffiata: «Andate al porto, la nave è questa, controllate».

Il porto era quello di Livorno e la motonave si chiamava Linda, anche se i 250 scatoloni da controllare erano ancora su un camion con targa tunisina posteggiato al deposito doganale di Varco Galgani. C’erano, sì, anche scatoloni di maglieria grezza che risultavano indirizzati al maglificio «Pullovex sarl, Zone Industrielle Route pour Tunis, 3100 Kairouan», tutto imballato con nastro da pacco: però erano 1200 chili di roba, troppi per essere soltanto lana. Così i finanzieri aprirono le scatole una per una, e ci misero una giornata intera.

I giornali scrissero di «tesoro di Craxi» e «archivio di Craxi» e scemenze varie su Craxi; intervenne il servizio antifrodi e ne nacque un tourbillon giudiziario che si concluderà con l’assoluzione di Anna Craxi, moglie di Bettino. La stampa, al solito, ricamò di brutto. Scrissero di preziosissimi oggetti d’arte antica, quadri di Rembrandt e di Poyakof, sculture di Modigliani, la procura circondariale livornese invocò una valutazione del celeberrimo Pool della procura di Milano. Questo mentre Craxi inondava le redazioni di fax per spiegare che quelli, in sostanza, erano solo gli arredi di casa sua, insomma era un trasloco, e neanche suo, ma principalmente di sua moglie Anna che aveva deciso di vivere anche lei ad Hammamet.

La polemica s’inabissò. L’iter per il dissequestro ovviamente fu lungo e complesso. Di autentici «tesori di Craxi» alla fine non ne troveranno mai, e sarà il procuratore aggiunto del Pool di Milano, Gerardo D’Ambrosio, ad ammettere che Craxi non arricchì mai personalmente con la politica. A parte un paio di modesti appartamenti per i figli e qualche versamento per l’amante (una ridicola tv privata) altri tesori non riusciranno a trovarne. La celebre villa di Hammamet, negli anni Sessanta, fu pagata due lire.

Però ecco, c’era il tesoro sequestrato a Livorno. Il 12 marzo 1999, cioè due anni dopo, sul quel carico venne posto addirittura il vincolo delle Belle arti: la Sovrintendenza ai Beni culturali di Pisa iniziò un’indagine per stabilire se il materiale rinvenuto potesse essere considerato esportabile. L’anno dopo, il 23 marzo 2000, poco dopo la morte di Craxi, la famiglia decise di accettarne l’eredità con beneficio d’inventario: una cautela obbligata, visti i processi di Mani Pulite e quindi il rischio di ereditare anche i debiti legati alle condanne. Il 28 luglio dello stesso anno il tribunale accolse la richiesta di «inventario asseverato ».

Ed eccolo, il tesoro. Vecchie pistole, sciabole, spade, divise, mostrine, ritratti, incisioni, lettere autografe. Un busto di terracotta di Giuseppe Garibaldi scolpito da Ximenes, comprato da un antiquario di via dei Coronari, ricevuto in regalo da un amico per la festa di compleanno. Moltissimi simboli del Partito socialista tra i quali il garofano scelto per soppiantare falce e martello. Effetti personali di Craxi. Stampe, libri, quadri, cianfrusaglie, cappelli, camice rosse. Un biglietto autografo di Garibaldi omaggiato da Giovanni Spadolini, che lo aveva prelevato dalla sua collezione. Soldatini in camicia rossa comprati al mercatino di Bollate. Niente di notevole valore.

Nessun Rembrandt, ovviamente. C’era una testa di Modigliani: ma era falsa, era stata regalata a Craxi dai celebri falsari del 1984, un «vero falso Modigliani» come da l’etichetta applicata sotto il piedistallo. La storia è un po’ mesta. In famiglia ci furono discussioni e disaccordi, ma erano spuntati debiti da ripianare e creditori da acquietare: in particolare c’era da liquidare chi aspettava risarcimenti per la bancarotta del vecchio Banco Ambrosiano.

Ergo, decisero di vendere il «tesoro». Gli avvocati Camozzi-Bonissoni-Giuliano passarono la pratica al notaio Ajello e il Tribunale nominò Paola Grossini come curatrice, incaricata di monetizzare il più possibile: e siamo all’annuncio pubblicato ieri. La dottoressa, per il tesoro più fantasticato degli ultimi trent’anni, chiede 350mila euro. Un buon bilocale al Giambellino.

LA VICENDA
L’AVVISO
Ieri, su un quotidiano milanese è comparso un avviso del Tribunale di Milano in cui viene messa in vendita l’eredità di Bettino Craxi per un prezzo minimo di 350mila euro. Entro mezzogiorno del 30 novembre gli interessati possono farsi vivi presso i curatori purché versino una caparra di 35mila euro

IL SEQUESTRO
Il 13 marzo 1997 le autorità portuali di Livorno, dopo una segnalazione, sequestrano 250 scatolini indirizzati a Bettino Craxi, allora latitante in Tunisia. Erano i ricordi e gli oggetti collezionati dall’ex statista, fino a quel momento conservati della casa di via Foppa, a Milano

DIVISE E CIMELI
Tra il materiale inventariato, oltre ad alcune scatole di maglieria, vecchie pistole, sciabole, spade, divise, mostrine, ritratti, incisioni, lettere autografe. Un busto di terracotta di Giuseppe Garibaldi scolpito da Ximenes, comprato da un antiquario di via dei Coronari. Moltissimi simboli del Partito socialista tra i quali il garofano scelto per soppiantare falce e martello. E poi stampe, libri, quadri, cappelli, camice rosse garibaldine. Un biglietto autografo dell’eroe dei due mondi omaggiato da Giovanni Spadolini, oltre ad alcuni soldatini in camicia rossa comprati al mercatino di Bollate

UN FALSO MODIGLIANI
Inoltre nel «tesoro» di Craxi anche una testa di Modigliani, ma non è un originale, era stata regalata a Craxi dai celebri falsari del 1984. Un «vero falso Modigliani» come da l’etichetta applicata sotto il piedistallo”

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MACCHÈ EPURATO, GRILLO SNOBBÒ LA RAI

Rai: Grillo, Gubitosi prenderà provvedimenti

I grillini che presiedono la Vigilanza Rai ricordano “l’editto” dopo la battuta sui socialisti (1986) – Ma Grillo tornò per i Sanremo 88-89, e in un Festival sventolò il suo assegno da 350 milioni di lire per una comparsata (a proposito di compensi Rai “da tagliare”) – Guglielmi: “Mi disse lui che non voleva tornare”…

di Paolo Bracalini

 “Grillo e la Rai, il ritorno. O la vendetta. Da epurato a vigilante, col suo deputato M5S presidente della commissione parlamentare che controlla viale Mazzini (nomina il Cda Rai, vota il presidente, decide sulla par condicio), il napoletano Roberto Fico, che ha subito rimarcato l’eccezionalità dell’evento: i grillini al comando della Vigilanza Rai, quando Beppe «è stato il primo epurato della tv pubblica» (dopo la famosa battuta sui socialisti che in Cina non sanno a chi rubare perché sono tutti socialisti).

Angelo Guglielmi, uno dei grandi creatori di tv in Italia, direttore (meglio, inventore) della mitica Raitre degli anni ’80-’90, ricorda altrimenti la storia dell’editto pre-bulgaro su Grillo in Rai: «Certo, i socialisti, che erano parte essenziale della maggioranza e esprimevano il presidente del Consiglio, non potevano tollerare quella battuta, sulla tv pubblica – racconta Guglielmi – Ma poi fu Grillo a non voler più tornare in Rai. Me lo disse lui, quando andai a trovarlo a Tivoli, pochi mesi dopo l’incidente col Psi, insieme al mio capostruttura Bruno Voglino. Mio sommo desiderio era avere Grillo nella mia Raitre, per lui avevo pensato un programma stupendo. Dieci minuti in prima serata, al sabato, uno studio disadorno con una bandiera dell’Italia, parodia del messaggio presidenziale di fine anno, dove Grillo era libero di dire quel che voleva, un suo messaggio settimanale al popolo italiano. Avevo intuito (nel 1987, ndr) che la sua vis comica era già essenzialmente politica. Gli promisi carta bianca. L’idea lo divertì, ma rifiutò. Mi disse che mai più avrebbe rimesso piede in Rai. Fu una sua scelta, non un’epurazione».

Anche Pippo Baudo, storico «partner» televisivo tv di Grillo (incursore anarchico nella normalità democristiana dei format di Baudo), corregge la mitologia del leader Cinque stelle primo epurato della Rai. «Ma quale censura, è Grillo che non è voluto rientrare in Rai – ha raccontato Baudo. È stato un auto esilio, Grillo voleva creare il “caso” per tornare con un grande coup de théâtre. E ci è riuscito». La versione di Grillo è quella idealizzata dalla vulgata grillina e codificata da lui stesso: «Mi tennero lontano dalla Rai per diversi anni, dal 1986 al 1993, per due battute che anticipavano Tangentopoli. Poi, nel ’92-’93, li portarono tutti in galera. Nel ’93, dopo lunga quarantena, si rifece viva con me la Rai dei “professori”: tutte brave persone, che non capivano un tubo di televisione. Feci due serate in diretta, poi cominciarono a capire qualcosa di televisione e decisero che bastava così».

In realtà la quarantena non è una quarantena. Grillo in Rai ci torna due anni dopo l’«editto», nel ’88, al Festival di Sanremo su Raiuno, ed è di nuovo all’Ariston l’anno dopo, a fare ancora a pezzi il Psi ancora potente («E pensare che Martelli è andato in Kenya per farsi uno spinello, 5 milioni ha speso») e già che c’è pure la Dc del direttore generale Agnes («Il clan degli avellinesi De Mita e Agnes»). È pure tra i big invitati al Fantastico del 1990 (poi assente «per motivi di lavoro»). Per uno «tenuto lontano dalla Rai dall’86 al ’93», non male.

Nel frattempo risparisce, fa spettacoli teatrali da sold out (perché «l’hanno cacciato dalla Rai» e quindi la gente paga per sentirlo a teatro), è ospite alla festa dei Telegatti, vince il «Grand Prix Confindustria-Upa» per lo spot Yomo, fa spettacoli alle Feste dell’Unità di D’Alema e Veltroni. E ritorna di nuovo in Rai, a Raiuno, prima serata (1993), dove fa il botto con un monologo Cinque Stelle: «Ho cinque anni di cose da dirvi, anzi dieci anni. I cinque anni passati senza poter più venire in televisione e i prossimi cinque anni, che tanto mi mandano via subito».

La Rai e Grillo, nessun leader la conosce più di lui, nessuno l’ha usata meglio di lui, soprattutto nell’assenza, da epurato volontario. Una battaglia dei grillini in Vigilanza sarà per la trasparenza dei compensi Rai. Anche su questo Grillo ha fatto scuola. Fu lui stesso a sventolare il suo, di compenso, per pochi minuti a un Festival di Sanremo: 350milioni di lire. Battute che prefiguravano il successivo Grillo leader anti-partiti (morti): «Guardate qui, ci sono un sacco di clausole, con penali da pagare. Ecco, per esempio, se mi scappasse che i socialisti rubano avrei una penale di 3mila lire. Perché così poco? Perché, cari politici, non ci interessate più». I diritti del suo Un grillo per la testa vengono comprati nel ’96 dalla Rai a 245 milioni di lire (malgrado Grillo offrisse di cederli a un prezzo simbolico di 500 lire), ma poi non vanno in onda, e il comico fa una causa civile. Che sia ancora in piedi la vertenza tra la Rai e il leader della Vigilanza Rai?”

mader