LA PRESCRIZIONE PRESCRITTA

La ferita è tutt’altro che rimarginata, nella migliore delle ipotesi lascerà una cicatrice molto vistosa ma non è detto che non vada peggio.

Il giorno dopo il compromesso sulla prescrizione e su come e quando entrerà in vigore, ognuno – scrive Antonella Coppari su Quotidiano.net – resta sulla sua posizione. “Io commento quello che c’è, non quello che forse ci sarà. Il decreto sicurezza c’é, il resto ci sarà“. “Senza riforma del processo penale non ci sarà la prescrizione” – avverte Salvini.
Ma il Guardasigilli è di tutt’altro avviso: “Nella legge anticorruzione non c’è collegamento con altre leggi – dice Bonafede –. Il provvedimento sarà approvato entro l’anno e lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio entrerà in vigore comunque a gennaio del 2020”.
Non c’è nessun vincolo scritto e non potrebbe essere altrimenti, spiegano i pentastellati, anche perché “la legge delega sul processo penale ancora non c’è”. In ogni caso, rilanciano dal Carroccio, c’è un impegno politico: “Per noi è sufficiente la parola: basta una stretta di mano – osserva il sottosegretario alla giustizia in quota Lega, Jacopo Morrone – e dunque l’interruzione della prescrizione scatterà il giorno dopo la riforma del processo penale”.
Questo punto di non secondaria importanza non è stato chiarito l’altro ieri a Palazzo Chigi, forse verrà sviluppato meglio nei prossimi giorni quando le commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera entreranno nel merito del provvedimento “spazzacorrotti”. Naturalmente lasciarlo sul vago costituisce una bomba a orologeria, pronta ad esplodere. Ma la cosa preoccupa fino a un certo punto: ci vuol del tempo perché la piaga si infetti e nessuno tra i soci del governo giallo-verde è davvero sicuro di arrivare a dicembre 2019, quando cioè dovrebbero veder la luce le nuove regole sul processo penale. Sia ben chiaro: le dichiarazioni ufficiali sono ultra-ottimistiche.
Dietro la facciata, i malumori tra i due partiti sono tremendi: da un lato, ci sono i leghisti preoccupati che le divisioni, i litigi, le agitazioni tra i pentastellati finiscano non tanto per far implodere il movimento quanto piuttosto per rendere complicatissima un’alleanza di governo già non facile a causa del continuo gioco al rialzo. Ma tira un’ariaccia anche tra i grillini che si sentono schiacciati dall’esuberanza di Salvini: ha voglia Bonafede di ripetere “non abbiamo ceduto alla Lega”. La narrazione che circola nel corpaccione grillino è opposta, di qui la richiesta a Di Maio di essere più incisivo e di “giocare d’anticipo” sin dal prossimo terreno di scontro. I rapporti si sono guastati, è possibile che vengano sanati ma non sarà facile. Di certo, i governanti faranno il possibile per arrivare alle Europee del maggio prossimo e forse anche oltre. Non troppo però: l’appuntamento spartiacque potrebbero essere le regionali in Emilia Romagna che – se non ci saranno accorpamenti – si svolgeranno nell’autunno del 2019. “Se vinciamo in Emilia non possiamo che tornare alle urne nel 2020”, profetizza Roberto Maroni, uno che con la Lega ha una certa dimestichezza.
Intanto la base grillina e i referenti di quel mondo dice Laura Cesaretti su Il Giornale – ribollono: bastava vedere ieri il titolo dell’organo ufficioso dei Cinque Stelle, il Fatto: “Si è prescritta la prescrizione”, e leggere sul sito i commenti furibondi degli utenti filo-grillini, che accusano lo stato maggiore di “cedimento” alla Lega, di aver “calato le braghe per mantenere la poltrona”, di essersi fatti “imbrogliare” e così via. Per non parlare degli anatemi lanciati da fiancheggiatori di M5s come il magistrato Davigo, già ispiratore di Bonafede ma delusissimo dall’accordo di maggioranza; o quelli dell’ex capogruppo grillino Colletti: “L’accordo sulla prescrizione? una cagata pazzesca farla entrare in vigore dopo, visto che gli effetti li vedremo nel 2024”. Mentre Salvini infierisce: “Se uno o due mesi prima entra in vigore la riformona, allora entra in vigore la prescrizione. Se non c’è la riformona, la prescrizione non c’è”, e arrivederci.
Luigi Di Maio, il vicepremier grillino, sa che – caduto questo governo – il suo giro di giostra finirebbe, e che la Lega – a differenza dei Cinque Stelle – ha dalla sua parte i sondaggi e pure una potenziale maggioranza alternativa di centrodestra. Quindi è costretto a sorridere a dentini stretti e a ingoiare compromessi al ribasso, assicurando che tutto va bene, che l’accordo c’è e lo “soddisfa totalmente”, glissando sui suoi termini.
Il tutto nel silenzio di tomba dell’auto-nominato “arbitro” del compromesso, ossia il premier Conte che (alle prese con i disastri della manovra e il fallimento della conferenza sulla Libia) spera forse nei buoni uffici di Padre Pio per far durare il suo governo.

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