DI MAIO FURIOSO CHIAMA CHIAMA IN DIRETTA FABIO FAZIO E VUOLE L’IMPEACHMENT (CHE NON ESISTE NELLA COSTITUZIONE) DI MATTARELLA

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“Spero che agli italiani sia data la parola il prima possibile… Dobbiamo discutere la messa in stato d’accusa del Presidente Mattarella” e “parlamentarizzare questa crisi istituzionale… dobbiamo portare l’articolo 90 nella discussione parlamentare e poi andare a elezioni il prima possibile”. Così un furioso Luigi Di Maio in collegamento telefonico con Che tempo che fa su Rai Uno. “E’ stato convocato al Quirinale Cottarelli che non ha la fiducia della maggioranza del Parlamento… nascerà un governo degli affari correnti… questo è assurdo” ha detto ribadendo che il Movimento 5 stelle non voterà mai la fiducia a Cottarelli.

“Abbiamo un grande problema in Italia che si chiama democrazia. Questa non è una democrazia libera se stiamo in queste condizioni” sostiene in una diretta Facebook. “Sono stato un profondo estimatore del Presidente della Repubblica Mattarella ma questa scelta per me è incomprensibile perché ce l’abbiamo messa tutta” e nel contratto di governo “non c’era l’uscita dall’euro” ma “la rivisitazione di alcune regole europee”.
“Diciamocelo chiaramente che è inutile andare a votare – attacca Di Maio -, tanto i governi li decidono le agenzie di rating e le lobby finanziarie e bancarie”. Se si vuole impedire un governo del M5S e della Lega ce lo devono dire chiaramente perché oggi ce l’hanno dimostrato. Io sono molto arrabbiato… ci abbiamo messo oltre 80 giorni. La verità è che stanno facendo di tutto per non mandare il M5S al governo del Paese”. “Non so nei prossimi mesi cosa succederà, noi ci siamo, il M5S ci sarà sempre ma con una consapevolezza differente”.
Di Maio ha letto la lista dei potenziali ministri, sottoposta oggi al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal premier incaricato Giuseppe Conte. Di Maio e Salvini sarebbero dovuti diventare entrambi vicepresidenti del Consiglio, il primo destinato a ricoprire l’incarico di ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e il secondo dell’Interno. La lista prevedeva: Riccardo Fraccaro ai Rapporti col Parlamento e alla democrazia diretta; Giulia Bongiorno alla Pa; Enrica Stefani agli Affari Regionali e alle Autonomie; Barbara Lezzi al Ministero per il Sud; Lorenzo Fontana al Ministero per la Disabilità; Luca Giansanti agli Esteri; Alfonso Bonafede alla Giustizia; Elisabetta Trenta alla Difesa. E ancora: Paolo Savona all’Economia; Gian Marco Centinaio alle Politiche agricole; Mauro Coltorti alle Infrastrutture e ai Trasporti; Marco Bussetti all’Istruzione; Alberto Bonisoli al Mibact; Giulia Grillo alla Salute; Giancarlo Giorgetti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. “Questa – ha detto il leader M5S – era la squadra di governo che lunedì mattina poteva giurare al Quirinale”.
“In questo Paese puoi essere un criminale, condannato per frode fiscale, puoi essere Angelino Alfano – dice Di Maio -, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro lo puoi fare, ma se hai criticato l’euro e l’Europa non puoi permetterti neanche di fare ministro dell’Economia. Ma non finisce qui”. Pochi minuti dopo la replica di Angelino Alfano. ”Di Maio: niente laurea nella vita universitaria, niente professione nella vita civile, niente governo nella vita politica. Di Maio sei uguale a niente. Sciacquati la bocca prima di parlare di me. In tribunale risponderai di ciò che hai detto”.
In seguito alla scelta del presidente incaricato, Giuseppe Conte, di rimettere il mandato, con cui si riapre una crisi istituzionale senza precedenti, Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno attaccato duramente il Quirinale.
Il M5S, insieme a Fratelli d’Italia, parla di impeachment nei confronti del presidente della Repubblica dopo aver fatto saltare il banco per la formazione del nuovo governo, detto del cambiamento. Matteo Salvini invece su Facbook dice: “Su impeachment ci pensiamo domani. Calma, è il momento della calma. Non andate in piazza.”
Il termine impeachment, istituto giuridico tipico del common law, non esiste nella Costituzione italiana è tecnicamente improprio per l’ordinamento italiano la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica è disciplinata dall’articolo 90 della che recita “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri“.
L’ammissibilità della messa in stato d’accusa del Capo dello Stato è una prerogativa esclusiva del Parlamento, mentre invece la sentenza definitiva spetta alla Corte costituzionale.
Il procedimento per la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica si articola in due fasi, la prima è quella parlamentare e la seconda della Corte Costituzionale.
Nella fase iniziale si valutano i presupposti per procedere alla messa in stato di accusa del Capo dello Stato.
Un Comitato composto da deputati e senatori, scelti tra i componenti delle rispettive giunte competenti per le autorizzazioni a procedere, svolge un primo esame delle accuse e decide se sottoporle al Parlamento in seduta comune.
Per validare la messa in stato di accusa del presidente ci vuole la maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento (630 deputati più i 315 senatori, a cui vanno aggiunti i Senatori a vita).
Oggi servirebbero 477 voti per decidere se portare avanti la messa in stato d’accusa del presidente Sergio Mattarella.
Una volta constata la legittimità dell’accusa votata dalle Camere il procedimento di impeachment può essere archiviato o messo in votazione al Parlamento sempre in seduta comune, che deciderà sull’autorizzazione a procedere.
In caso di messa in stato di accusa può esservi anche la sospensione cautelare dalla carica.
La fase giurisdizionale e finale è in mano alla Corte Costituzionale in composizione integrata, come previsto dagli articoli 134 e 135 della Carta Fondamentale.
Ai 15 componenti ‘togati’, che compongono la Corte eletta, se ne aggiungono altri 16 membri estratti a sorte dal “‘elenco di cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a Senatore”, che il Parlamento compila ogni nove anni tramite elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici costituzionali ordinari in seduta comune e a maggioranza dei due terzi dei componenti.
A questi giudici si aggiungono anche i Commissari d’accusa eletti dal Parlamento tra i propri membri.
A questo punto si tiene la sentenza, come un classico procedimento penale, che stabilisce se il presidente è assolto dai capi d’accusa oppure destituito.
Contro la pronuncia non sono ammesse impugnazioni, si tratta infatti di una sentenza inappellabile, come tutte le decisioni della Corte Costituzionale.
In Italia la richiesta di impeachment al Capo dello Stato non si è mai conclusa, ma è stata evocata con il presidente Giovanni Leone nel 1978, che si dimise dopo la richiesta del Pci di procedere con la messa in stato d’accusa a causa dello scandalo Lockheed, e con il presidente Francesco Cossiga nel 1992 che però lasciò il Quirinale prima della scadenza del mandato.
Fonte: Tpi

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