COME IL MOLISE È ENTRATO NEL TRAFFICO DEI RIFIUTI TOSSICI DEL SISTEMA – UNA MOSCA A CAMPOMARINO

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mosca

di Maurizio Oriunno

Alcune nobili correnti di pensiero affermano, soprattutto dopo la tumultuosa epoca di Tangentopoli, che la politica dovrebbe intervenire prima della giustizia, nella difesa dei valori e dell’etica, quando il tessuto di un territorio viene attaccato dal malaffare. In questo senso si colloca la vicenda che ha coinvolto nel marzo 2004 il comune di Campomarino, quando tonnellate di rifiuti tossici provenienti dal Piemonte, dal Veneto, dalla Toscana, dal Lazio, dalla Puglia e dalla Campania furono scoperte dai Ros e dal Noe dei Carabinieri nel corso dell’operazione coordinata dalla Procura della Repubblica di Larino denominata “Mosca” in un’area a ridosso del mare, accanto a terreni coltivati.
Sette gli arrestati tra i quali tre molisani, accusati di associazione a delinquere finalizzata alla gestione ed al traffico di rifiuti pericolosi, con altre quattordici persone indagate.
Il risultato dell’inchiesta condotta dai militi (duemila tonnellate di rifiuti tossici smaltiti illegalmente, tra i quali ben centoventi tonnellate di rifiuti speciali e trecentoventi tonnellate di manto stradale rimosso, con una altissima densità di catrame) portò all’accertamento dell’inquinamento con arsenico, piombo, rame e cromo esavalente di un terreno coltivata a frumento, il cui prodotto, già raccolto e per fortuna del tutto sequestrato, stava per essere immesso sul mercato, oltre al sequestro di un capannone industriale sito nel territorio di Campomarino.

La politica
Subito dopo, con una interrogazione urgente al Presidente della Giunta Regionale del Molise, i consiglieri regionali Di Sabato (PRC) e D’Ascanio (DS) tornarono sulla vicenda. Chiesero, invano, l’istituzione di una Commissione speciale d’inchiesta per fare luce su tutti i fatti relativi alla presenza in regione di una grande massa di rifiuti tossici e radioattivi che, si legge nel documento “determini le varie responsabilità e che, a tal modo, che limiti l’attacco alla salute dei cittadini molisani e dell’intero ambiente regionale e che favorisca la scelta di porre fine ad ogni attenzione dell’ecomafia verso il territorio del Molise.”
L’interrogazione non venne mai portata all’attenzione del Consiglio Regionale del Molise né mai venne fornita una risposta alla stessa.
Anche l’attenzione della stampa locale vede scemare l’interesse sull’inchiesta. Così, infatti, la giornalista di Primo Numero (brillante sito informativo sul Basso Molise), Monica Vignale (oggi collaboratrice del settimanale Panorama) scriveva: “I partiti e addirittura i politici più rappresentativi hanno fatto eco alle richieste degli ambientalisti e dei consumatori (che tra l’altro hanno deciso di costituirsi parte civile in un eventuale processo penale e civile) intasando le redazioni giornalistiche di comunicati stampa e presentando ordini del giorno sulla questione uno più urgente dell’altro.” Eppure il portale informativo termolese era stato quello più sensibile e che meglio si era dedicato all’inchiesta.

Gomorra
L’Operazione Mosca, però, oggi è terribilmente ancora attuale. Novembre 2006. Esce il libro scandalo di Roberto Saviano “Gomorra – Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”, edito da Mondadori. Lo scrittore napoletano viene messo sotto scorta perché soggetto di numerose minacce.
Nel suo ultimo capitolo “Terra dei Fuochi”, il libro di Saviano traccia l’inquietante profilo del business legato al traffico di rifiuti, che si insinua anche nel debole Molise: “Il sud è capolinea di tutti gli scarti tossici, i rimasugli inutili, la feccia della produzione. Se i rifiuti sfuggiti al controllo ufficiale – secondo una stima di Legambiente – fossero accorpati in un’unica soluzione, nel loro complesso diverrebbero una catena montuosa da quattordici milioni di tonnellate: praticamente come una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari. Il Monte Bianco è alto 4.810 metri, l’Everest 8.844. Questa montagna di rifiuti, sfuggiti ai registri ufficiali, sarebbe la più grande montagna esistente sulla terra. È così che ho immaginato il DNA dell’economia, le sue operazioni commerciali, le sottrazioni e le somme dei commercialisti, i dividendi dei profitti: come questa enorme montagna. Una catena montuosa enorme che – come fosse stata fatta esplodere – si è dispersa per la parte maggiore nel sud Italia, nelle prime quattro regioni con il più alto numero di reati ambientali: Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Lo stesso elenco di quando si parla dei territori con i maggiori sodalizi criminali, con il maggior tasso di disoccupazione e con la partecipazione più alta ai concorsi per volontari nell’esercito e nelle forze di polizia. Un elenco sempre uguale, perenne, immutabile”.
Lo scenario è infernale, secondo quanto scritto da Saviano. Anche il Molise ne esce toccato profondamente: “Un ruolo rilevante, nella geografia dei trafici illeciti, viene svolto dalla Toscana, la regione più ambientalista d’Italia. Qui si concentrano diverse filiere dei traffici illegali, dalla produzione all’intermediazione, tutte emerse in almeno tre inchieste: l’operazione “Re Mida”, l’operazione “Mosca” e quella denominata “Agricoltura biologica” del 2004.
Dalla Toscana non arrivano solo ingenti quantitativi di rifiuti gestiti illegalmente. La regione diviene una vera e propria base operativa fondamentale per tutta una serie di soggetti impegnati in queste attività criminali: dagli stakeholder ai chimici conniventi, sino ai proprietari dei siti di compostaggio che permettono di fare le miscele. Ma il territorio del riciclaggio dei rifiuti tossici sta aumentando i suoi perimetri. Altre inchieste hanno rivelato il coinvolgimento di regioni che sembravano immuni, come l’Umbria e il Molise. Qui, grazie all’operazione “Mosca”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Larino nel 2004, è emerso lo smaltimento illecito di centoventi tonnellate di rifiuti speciali provenienti da industrie metallurgiche e siderurgiche. I clan erano riusciti a triturare trecentoventi tonnellate di manto stradale dismesso ad altissima densità catramosa, e avevano individuato un sito di compostaggio disponibile a mischiarlo a terra, e quindi occultarlo nelle campagne umbre. Il riciclo arriva a metamorfosi capaci di guadagnare esponenzialmente a ogni singolo passaggio. Non bastava nascondere i rifiuti tossici, ma si poteva trasformarli in fertilizzanti, ricevendo quindi danaro per vendere i veleni. Quattro ettari di terreno a ridosso del litorale molisano furono coltivati con concime ricavato dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute nove tonnellate di grano contenenti un’elevatissima concentrazione di cromo. I trafficanti avevano scelto il litorale molisano – nel tratto da Termoli a Campomarino – per smaltire abusivamente rifiuti speciali e pericolosi provenienti da diverse aziende del nord Italia.”

Inchiesta top secret
L’attualità dell’argomento è rappresentato, tuttavia, dalla mancanza di notizie riguardante l’urgente bonifica dell’area compromessa dai veleni contenuti dai rifiuti. Il lavoro della Magistratura non è ancora terminato, del resto. La Procura di Larino è al lavoro per definire le responsabilità dell’organizzazione criminale con ramificazioni su tutto il territorio italiano ma anche nella comunità arbreshe molisana.
E’ proprio l’assessore all’ambiente del Comune di Campomarino, Nicola Occhionero, a confermare la mancata bonifica dell’area. “Il Gup – afferma Occhionero – ha vietato l’accesso all’area perché ancora oggetto dell’inchiesta. Da parte nostra come Comune siamo parte lesa e ci auguriamo che la questione vanga risolta al più presto, affinché si possa cominciare l’opera di bonifica che non sarà facile e impegnerà notevoli risorse economiche. Immagino che vi possa essere un anticipo di risorse da parte del Ministero. Da parte della Regione Molise abbiamo avuto la massima disponibilità, restiamo quindi a disposizione delle decisioni del Magistrato.”
Ma Campomarino è stata oggetto, nell’ultimo periodo, di una serie impressionante (ben 18) di incendi dei cassonetti dei rifiuti. Un record il cui numero, però, non sembra essere soltanto frutto di atti vandalici. “Sono fatti anomali – sostiene Occhionero – che abbiamo denunciato ai carabinieri.”

La politica assente
Ma ritorniamo alla politica, dopo i doverosi approfondimenti sulla cronaca. Perché nel frattempo accade una cosa molto strana. Esiste una Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, composta da senatori e deputati che, fino al febbraio 2006, ha lavorato incessantemente, attraverso l’audizione continua di amministratori, pubblici ministeri, esponenti delle forze dell’ordine, sindacati ed imprenditori. L’attività della commissione cessa prima delle elezioni che portano alla vittoria del centrosinistra guidato da Prodi. Da quanto si evince dai verbali della Commissione (almeno quelli non secretati e disponibili facilmente sulla rete internet) non vi sono state audizioni riguardanti i fatti molisani.
La prima seduta della Commissione nella XV legislatura del Parlamento è riferita al 26 novembre 2006. Il primo punto all’ordine del giorno vede l’elezione del Presidente, dei Vice Presidenti e dei Segretari. Sono passati ben nove mesi di completo silenzio e di inattività per un organo di controllo che dovrebbe consentire di approfondire le conoscenze di quello che viene definito dalla stampa il business del nuovo secolo. Immobilismo o scarso interesse per la materia? Suo malgrado la seconda convocazione della Commissione d’Inchiesta si è svolta il 18 gennaio scorso, nella quale è stata approvata la proposta di Regolamento interno della Commissione. Una seduta d’attesa che, di fatto, ribadisce una fase di evidente stanca per le importanti attività della Commissione.

Segnali
Se nessuno (o quasi) ha sentito il dovere di aprire un dibattito dopo i fatti di Campomarino (potrebbero esserci altre Campomarino nel Molise?), un primo segnale è arrivato da Giuseppe Astore, deputato molisano dell’Italia dei Valori che, dopo la prima riunione della Commissione Parlamentare Antimafia, ha lanciato un primo segnale chiedendo al presidente Forgione “un impegno forte delle istituzioni per arginare i prodromi della criminalità organizzata nei territori ritenuti fino ad oggi immuni dal fenomeno. Penso, ad esempio all’Abruzzo ed al Molise, dove il lavoro delle Dda ha acceso la spia severissima e reale che i tentacoli del malaffare si sono estesi anche oltre le Regioni tradizionalmente famose”. Una dichiarazione meno conciliante rispetto alle prime dichiarazioni auliche del nuovo prefetto di Isernia, Ennio Blasco che, insediato da pochi giorni in una prefettura a rischio taglio della Finanziaria ed esposta, per posizione geografica, alle terre intossicate dalla camorra da qualche decina di anni, ha dichiarato che “Tra le mie priorità c’e’ quella di mantenere integra la provincia di Isernia, conservandola sana proprio come era 30 anni fa”.
Parole che potrebbero risultare ingenue, pronunicate tra l’altro da chi è stato commissario prefettizio di Torre del Greco (comune sciolto per infiltrazioni della camorra) e che è stato testimone oculare dell’emergenza rifiuti, arrivando a predisporre la chiusura delle aree di stoccaggio provvisorio nelle ex cave di viale Europa nel comune campano per ragioni di carattere sanitario, a seguito di forti proteste da parte dei residenti.

articolo originale su Fugadinotiziemolise.blogspot.it

pubblicato martedì 6 febbraio 2007

mader

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