ASSOLTO ANTONIO AMOROSI, DENUNCIATO DA ALICE SALVATORE PERCHÈ ACCOSTÒ CANDIDATO M5S ALLA ‘NDRANGHETA

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di Antonio Amorosi

Siamo nel 2015 e chi scrive scopre che ad appoggiare i 5 stelle per le regionali di quell’anno in Liguria c’è il figlio del boss Palmiro Mafodda, Carmine.

I Mafodda sono uno dei più feroci clan della ‘ndrangheta, coinvolti in numerose inchieste giudiziarie, tra cui «Maglio 3», «La svolta», «Roccaforte», «Colpo della strega», e anche quelle che negli anni ’80 portarono all’arresto del presidente della Regione Alberto Teardo.

Il clan opera dagli anni ’70 tra Imperia e Sanremo con centrale operativa ad Arma di Taggia. Si occupano di estorsioni, traffico di stupefacenti ed armi (dalle pistole alle bombe a mano), omicidi e di “spostamento” di voti. Pubblico l’inchiesta giornalistica che racconta la storia il 6 Maggio 2015 sul quotidiano nazionale Liberoquotidiano.

Carmine Mafodda sostiene l’amico Daniele Comandini, capolista del movimento per le regionali liguri, e la candidata governatrice della Liguria Alice Salvatore. Carmine Mafodda è addirittura tra i fondatori del meet up dei grillini ad Arma di Taggia, dove il movimento fa sempre un pieno di voti. E il suo meet up non ha mai fatto un’iniziativa contro la ‘ndrangheta. Eppure è nota sia la sensibilità del Movimento 5 Stelle sul tema che la presenza sul territorio dei Mafodda.

Un consigliere comunale di Imperia, sempre del M5S, Antonio Russo chiede a Comadini di ritirarsi. Ne nasce una polemica. Anche Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità di Genova (un osservatorio sul fenomeno della criminalità organizzata), aveva chiesto spiegazioni al Movimento e il ritiro di Comandini. Ma in tanti nel movimento sostengono il rampollo del boss, compresa la Salvatore (che poi ammetterà di averlo conosciuto solo pochi mesi prima delle elezioni). Il caso finisce sulle tv nazionali e Comandini annuncia che si ritirerà dalla corsa per evitare polemiche, anche se non ha relazioni con la ‘ndrangheta. Ma non si ritira. Lo si ritrova in lista quando la bolla mediatica si sgonfia. Russo verrà espulso dal movimento e Abbondanza sbeffeggiato.

Alice Salvatore non viene eletta governatrice e chiede il sequestro dell’inchiesta giornalistica, ripubblicata sul mio sito personale ed un processo contro di me, accusato di diffamazione. Stessa cosa fa Comandini contro il direttore di Liberoquotidiano in quel momento, Maurizio Belpietro. La procura di Milano archivia.

Ma quella di Genova esegue il sequestro della pagina sul mio sito. Con grande urgenza si tengono le udienze del processo tra il 2016 e il 2017. Con il risultato che anche un giudice sancisce che è tutto vero: il figlio del boss della ‘ndrangheta appoggiava i 5 Stelle in Liguria per le regionali del 2015.

Vengo assolto con formula piena perché «il reato non sussiste». Raccontare la verità non è un reato. In più, nelle motivazioni depositate al tribunale di Genova il 18 agosto, il giudice scrive che i contenuti dell’articolo corrispondono a verità e che lo scritto era pertinente e continente. Era opportuno che l’opinione pubblica sapesse.

Il giudice Clara Guerello sentenzia: «La verità del fatto storico presupposto… ovverosia la biasimevole ed imbarazzante vicinanza del Comandini (capolista Movimento 5 Stelle per le regionali del 2015) a Carmine Mafodda (figlio del boss Palmiro, notoriamente appartenente alla omonima famiglia ‘ndraghetista da anni radicata nella zona dell’imperiese ed in particolare ad Arma di Taggia) é infatti un dato pacificamente emerso ad esito del giudizio…»

Ecco qui sotto l’articolo integrale pubblicato da Liberoquotidiano il 6 Maggio 2015 e sul sito www.antonioamorosi.it

Chi assocerebbe un clan della ’ndrangheta al Movimento 5 Stelle? Eppure è ciò che accade al capolista del movimento per le regionali liguri, Daniele Comandini.

Per lui si parla di «storica frequentazione di elementi vincolati a cosche mafiose», usata come «un vanto se non uno spot elettorale». Lo scrive in un comunicato ufficiale un altro dei 5 Stelle, il capogruppo al comune di Imperia Antonio Russo, chiedendogli di ritirarsi. Il clan di cui si parla è uno dei più feroci: i Mafodda.

Il clan imperversa dagli anni ’70 tra Imperia e Sanremo, dove negli anni ’60 è arrivato come sorvegliato speciale il capostipite, Luigi. Sono coinvolti in numerose inchieste liguri: «Maglio 3», «La svolta», «Roccaforte», «Colpo della strega», indietro fino all’inchiesta degli anni ’80 che portò all’arresto dell’allora presidente della Regione Alberto Teardo.

Un’intensa attività criminale di estorsioni, traffico di stupefacenti, armi (dalle pistole alle bombe a mano), omicidi e lo spostamento di voti. La centrale operativa è il comune di Arma di Taggia (Imperia). Dagli anni ’70 le forze dell’ordine vi trovano l’intera famiglia: Aldo, Rodolfo, Mario, Palmiro, Letterio, Rocco; coinvolti, arrestati e condannati a lunghe pene detentive. I clan di ’ndrangheta sono strutture irreggimentate a livello familiare, stringenti, dalle quali non puoi scappare. Ne fai parte o ti dissoci ma con scelte pubbliche radicali da creare clamore.

È proprio ad Arma che il «rampollo» Carmine Mafodda fonda un meet up dei 5 Stelle, uno di quei siti utilizzati per facilitare l’incontro tra persone con interessi in comune. È figlio di Palmiro, indicato nell’inchiesta «Maglio 3» come «elemento di spicco» della ’ndrangheta. Da lì sostiene l’amico Daniele Comandini, capolista grillino nell’imperiese per le regionali, e la candidata governatrice della Liguria Alice Salvatore. Comandini si vanta a sua volta dell’amicizia di Mafodda e tra siti amici e pagine Facebook è un profluvio di foto e abbracci fraterni.

Christian Abbondanza che con l’Osservatorio Casa della Legalità è finito anche sotto protezione, per le sue denunce contro la ’ndrangheta, svela il caso e chiede ai 5 Stelle di prendere le distanze dai Mafodda. Non succede niente. Anzi alcuni attivisti difendono Carmine Mafodda e Comandini.

Carmine Mafodda dice solo di non centrare niente. Zero prese di distanza. In Liguria la ’ndrangheta è forte e i 5 Stelle hanno una sensibilità sul tema. Eppure il meet up fondato dal calabrese ad Arma di Taggia non ha mai fatto iniziative contro il fenomeno. Il comune è la centrale operativa della sua famiglia. E lì i 5 Stelle fanno sempre il pieno di voti.

La candidata governatrice Salvatore tratta la richiesta di Abbondanza, che già in passato ha portato alla luce collusioni nel Pd e in Forza Italia, come una provocazione politica. E scrive su Facebook: «Bravo Carmine, provano a indebolirci ma noi siamo infiniti». Fino a che non parte il comunicato del capogruppo dei 5 Stelle di Imperia Antonio Russo, che invita il collega a ritirarsi. Scrive: «Il suo maggior sostenitore e amico fraterno, per sua stessa ammissione, il Sig. Carmine Mafodda, è un rampollo della tristemente nota famiglia mafiosa dei Mafodda, che da anni è attiva sul territorio e già oggetto di numerose indagini della magistratura». E visto che nelle inchieste si parla di pacchetti di voti dei Mafodda alle liste supportate, Russo aggiunge: «Si deve evitare che si insinuino sospetti di voto di scambio tra il mondo della malavita e i nostri candidati».

Ma non succede niente. Due giorni fa il candidato Comandini è al suo posto sul palco di Sanremo con Salvatore e il deputato Alessandro Di Battista. Proviamo a contattare l’onorevole ma non risponde. Meno male che i grillini dovevano garantire trasparenza e controllo.

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Fonte: Affaritaliani

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